Gli ultimi tre giorni del mondo: Siccità di Paolo Virzì

Sono tre giorni ma vogliono essere il paradigma di tre anni: quelli dell’immaginaria siccità che ha colpito Roma nella finzione scenica, prosciugando il letto di un Tevere da cui emergono ruspe, reperti archeologici e resti di giganti in bronzo, in una bella e surreale immagine di grandezza perduta. Ma anche quelli che fra il 2020 e il 2022, dalla pandemia alle secche del Po, hanno caratterizzato l’attualità italiana, tanto da rendere Siccità sia un perfetto instant-movie delle ansie nazionali, che un film profetico (l’idea nasce infatti durante il primo lockdown nazionale, prima che il quadro complessivo delle cose fosse definito). La collocazione scelta da Virzì è in tre giorni (per l’appunto) di un breve futuro, che però sa tanto di presente e un poco anche di passato, dove si muove una varia umanità, trasversale alle classi sociali romane: si va dai divi del cinema, agli attori di teatro che si reinventano come impossibili influencer, agli scienziati che diventano star televisive, a dottori e ex autisti di auto blu, scendendo via via fra chi è caduto in disgrazia e chi invece sta in carcere e trova, inaspettatamente, l’occasione di uscire.

 

 

Al quindicesimo lungometraggio in quasi trent’anni di carriera, Siccità rappresenta quindi per Virzì tanto una conferma quanto una svolta. Riprende infatti la struttura corale del precedente Notti magiche, con tante micro-storie che si intrecciano, in un ritmo continuo e privo di soste (al montaggio c’è sempre Jacopo Quadri). Affastellando vicende di diversi destini, i cui legami scopriremo in corso d’opera, il film disegna uno scenario satirico, che guarda naturalmente ai canoni della commedia all’italiana, ma con un fatalismo molto più cinico. Siamo già oltre quell’asprezza che pure sembrava trovare una possibilità di redenzione attraverso i dimenticati e gli ultimi uomini e donne de Il capitale umano (forse il miglior film del regista). L’impressione è invece quella di una barca che affonda inesorabile, stretta com’è tanto fra i colpi della catastrofe dai contorni un po’ biblici, quanto (e soprattutto) fra quelli della stupidità umana. Che è non solo fatta di gente incapace di gestire l’emergenza (in stile Don’t Look Up, tanto per tracciare un parallelo recente), ma anche di un clima generale disgregato, dove dai balconi non si canta, ma ci si spia per additare gli untori, mentre nel chiuso delle case ci sono figure piccole e intrappolate nei ricordi, negli errori commessi, in possibili futuri alternativi che hanno il sapore della più vana chimera.

 

 

D’altro canto, il film è invece nuovo per Virzì in virtù della magnitudo espressa: sebbene gli eventi siano circoscritti alla sola città di Roma (con le altre che forniscono aiuti ma restano sullo sfondo), si ha la sensazione di assistere a un kolossal sulla fine del mondo, fatto di ampi movimenti di macchina sul landscape capitolino, scene di massa e grande dispendio di mezzi. Qui il film gioca le sue carte migliori, disegnando un possibile disaster-movie all’italiana, con quelle figure bardate nelle tute asettiche, che inondano di insetticida la scalinata di Trinità dei Monti per scacciare gli scarafaggi portatori di virus, a metà strada fra La città verrà distrutta all’alba e Mimic, mentre vediamo perdersi e cadere i migliori rappresentanti del cinema italiano dell’ultimo trentennio (da Valerio Mastandrea a Silvio Orlando, a Claudia Pandolfi, fino a Monica Bellucci e Tommaso Ragno). Siccità è lì, in queste singole aperture visive, fuori dalla materialità della parola e verso l’elementarità dell’immagine. A questa possibilità, però, Virzì si sottrae per pudore, cercando sempre l’appoggio di una scrittura che si rivela troppo programmatica e in cui emerge la performance espressiva a tutti i costi. Il migliore dei film possibili, così, resta ancora in attesa della pioggia. Presentato in anteprima fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia 2022.