La terza e ultima parte del saggio di Fabio Vittorini sulla narrativa trans: un viaggio fra letteratura, cinema e serie tv dal 1960 ai giorni nostri.

 

Tutto su mia madre (1999) di Pedro Almodóvar

 

Mentre varca i confini degli USA e diventa oggetto di exploitation in film che combinano elementi del gotico, della fantascienza, dell’horror e dell’erotico, come Dr. Jekyll & Sister Hyde (Barbara, il mostro di Londra, 1971) di Roy Ward Baker, rilettura trans del racconto di Robert L. Stevenson Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde (Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, 1886) prodotta dalla londinese Hammer Film Productions e poi parodiata in Dr. Jekyll and Ms. Hyde (1995) di David Price, anche in questo caso senza alcuna pretesa di esaustività, il tema trans diventa strumento tomografico dei concetti stessi di identità di genere e sessualità in film ricercati come In einem Jahr mit 13 Monden (Un anno con tredici lune, 1978) di Rainer Werner Fassbinder, Ceux qui m’aiment prendront le train (1998) di Patrice Chéreau, The Crying Game (La moglie del soldato, 1992) di Neil Jordan, M. Butterfly (1993) di David Cronenberg, The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert (Priscilla, la regina del deserto, 1994) di Stephan Elliott, Todo sobre mi madre (Tutto su mia madre, 1999) di Pedro Almodóvar, Tiresia (2003) di Bertrand Bonello, Wild Side (2004) di Sébastien Lifshitz, Lola vers la mer (Lola, 2019) di Laurent Micheli, La piel que habito (La pelle che abito, 2011) ancora di Almodóvar e Laurence Anyways (Laurence Anyways e il desiderio di una donna..., 2012) di Xavier Dolan.

 

Transamerica (2005) di Duncan Tucker

 

Parallelamente, tornando negli USA, escono Boys Don’t Cry (1999) di Kimberly Peirce, Hedwig and the Angry Inch Hedwig (Hedwig – La diva con qualcosa in più, 2001) di John Cameron Mitchell, tratto dal suo musical omonimo del 1998, Transamerica (2005) di Duncan Tucker, 3 Generations (Una famiglia quasi perfetta, 2015) di Gaby Dellal, Just Charlie (Diventa chi sei, 2017) di Rebekah Fortune, Tangerine (2015) di Sean Baker e il globale The Danish Girl (2015) di Tom Hooper, adattamento del romanzo omonimo (La danese, 2000) di David Ebershoff. Ma soprattutto escono il romanzo Middlesex (2002) di Jeffrey Eugenides, la serie TV Transparent (Amazon Prime, 2014-2019, immagine in apertura), creata da Jill Soloway, che dipingono con inedita attenzione ai dettagli dell’esistenza, alle pulsioni del corpo e alle increspature dell’anima i ritratti della bambina ermafrodita Calliope Stephanides che si trasforma nell’uomo Cal evitando la riassegnazione chirurgica del sesso voluta dai suoi genitori e dell’uomo anziano Morton Pfefferman che si trasforma nella donna Maura e vorrebbe intraprendere la transizione anatomica, ma deve rinunciare per problemi cardiaci. In questi due affreschi poderosi in cui la vicenda del/la protagonista si mescola con quella dei suoi antenati (quella degli immigrati greco-turchi a Detroit nel primo e quella degli immigrati ebrei tedeschi a Los Angeles nel secondo) attraverso un complesso sistema di flashback, stili (l’epos omerico per Middlesex e il cinema degli anni Trenta per Transparent), atmosfere (quella tetra della Detroit delle industrie automobilistiche e quella sfavillante della Los Angeles del cinema) e culture (quella magico-pagana della famiglia di Cal/liope e quella accademico-giudaica della famiglia di Morton/Maura), viene esplorata quella zona mediana dell’immaginario emozionale e affettivo che consente di raccontare la condizione trans evitando o al massimo lasciando sullo sfondo gli eccessi della cronaca, descrivendo con estrema cautela i risvolti traumatici della disforia di genere e/o della transizione chirurgica (evitata in entrambi i casi).

 

Butterfly (2018) di Tony Marchant

 

Solo attraverso questa operazione complessa di normalizzazione dell’immaginario trans (intesa nel senso positivo di sottrazione agli estremismi voyeuristici e cronachistici compiaciuti degli anni Settanta/Ottanta) sono oggi possibili racconti delicati come la miniserie britannica Butterfly (ITV, 2018), creata da Tony Marchant e diretta da Anthony Byrne, che racconta la transizione di un bambino di 11 anni insieme ai suoi genitori, e il film brasiliano Alice Junior (2020) di Gil Baroni, incentrato con giovanile leggerezza sulla studentessa transgender Alice Júnior, interpretata dalla nota blogger e youtuber trans brasiliana Anne Celestino Mota, alla prese con i pregiudizi e le discriminazioni omofobiche della nuova scuola in cui si è trasferita.

Alice Junior (2020) di Gil Baron

 

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