Nella vita di Donato (Malich Cissé, attore pugliese di origini senegalesi) non c’è spazio né azione; abita con sua nonna (Lucia Zotti), preda di un Alzheimer via via più impietoso, in una ingenerosa periferia di Bari; si dà da fare con un lavoro senza margine alcuno di sicurezza; l’ingiustizia del mondo, il piccolissimo mondo che argina la sua esistenza, lo piega senza spezzarlo. Difficile sapere altro di lui, la famiglia è un teatro di fantasmi che non vediamo né sentiamo, che non ha nome, ma è un sentimento di rabbia infilato sotto la sabbia. Il passato del ragazzo è una terra straniera, per restare dentro evocazioni narrative e cinematografiche legate alla città, ma anche il futuro non delinea orizzonti chiari, e il presente è di un’angoscia, di una solitudine senza suono, di un identico che ritorna e occlude ogni promessa tanto di un’istintiva ribellione quanto di una più complessa presa di coscienza. Una notte, però, suo malgrado, Donato si ritroverà a fare da autista (con la vecchia automobile dell’amata nonna) ad Agust (Giulio Beranek), piccolo criminale di origini albanesi, in fuga dopo l’ennesimo furto.

Da questo momento qualcosa in Donato cambierà, da qui prenderà forma progressivamente tra i due uno strano, scivoloso legame di diffidenza e di fiducia, di dominio e di affetto, di fedeltà e fratellanza. Da una parte una nonna che arriverà a non riconoscere più suo nipote, dall’altra Agust (e sua madre – Ema Andrea – e sua sorella – Romina De Giglio); dallo smalto dato alle unghie dell’anziana bella «come una modella» al codice d’onore del Kanun. È in questa simmetria traballante e vorace che monta il racconto di formazione di Davide Angiuli, regista barese al suo esordio nel lungometraggio, da lui anche sceneggiato: una Cattiva strada di quelle Mean streets che, nei paraggi, sono state di Alessandro Piva o, altrove, di Claudio Caligari. Ma, in assenza di bruciante disperazione o di malinconia o di doloroso umorismo che possano tradursi in estetica, in conflitto, in sincretismo acuminato, su Cattiva strada incombe il peso gravoso di una narrazione concentrica e concentrata – nel bacio tra fughe notturne, techno vorticosa e cinepresa attaccata ai volti, ai corpi – su personaggi involuti nel loro tempo psicologico, nella loro tensione interiore, nel desiderio incerto d’appartenenza.

Il movimento drammaturgico tra il mondo che Donato sta perdendo e quello che forse potrebbe accoglierlo, nella “documentarizzazione” drammatica delle sue linee di svolgimento dentro le coordinate del crime (congegno narrativo in cui, peraltro, riesce meglio la delineazione della figura di Agust), cerca l’immediatezza e l’apologo morale, un tempo e un luogo di frontiera, la polvere e la metafora, ma la sensazione è che il regista non riesca a esprimere con pienezza tutto quello che vorrebbe dire, e così anche il bisogno di famiglia, di relazione, di amore di Donato rischia di arrivare in differita, depotenziato, raffreddato. Interessante, certamente, la scelta di Angiuli di fare della città quasi un territorio mentale più che fisico, una dittatura fuori campo, la minaccia schermata dal finestrino di un’auto: un gioco scenico tra dentro e fuori (ci sarà anche Locke di Steven Knight tra i riferimenti del regista?) nella struttura di un microcosmo esponenziale di senso, un coagulo simbolico e di significati che resta però, nell’insieme, più imploso che strisciante, più inchiodato alla scrittura che libero nello sguardo: lo sguardo del film sulle proprie creature e sulle loro liberazioni impossibili.


