Quel labile confine tra cinema e reale in Rental Family – Nelle vite degli altri, di Hikari

Forse ciò che racconta Rental Family nasce da una congenita solitudine che diventa fenomeno sociale e occasione di sfruttamento economico. Ma può darsi che la vera solitudine sia quella del suo protagonista. Ma è anche probabile che il film voglia riflettere sulla difficile ricerca di un posto nel mondo. La lettura di un film come quello di Hikari si presta ad essere interpretata sotto varie luci e tutte possibilmente vere. Di sicuro il film sa toccare corde sensibili della coscienza, dei sentimenti tanto da fare passare quasi sotto silenzio il profitto economico che nasce da quel giro di persone in affitto pronte (o quasi) ad interpretare i ruoli parentali, amicali o perfino antagonistici necessari per ogni circostanza. L’uso che in Giappone prevede l’affitto di persone che rappresentino amici o parenti, che servano da riempitivo in qualche occasione oppure che possano sostituire la persona mancante, pare diffuso. Già prima di Hikari, Werner Herzog aveva affrontato l’argomento nel suo eccellente Family romance LLC indagando su questa originale usanza. Un costume che in verità non è neppure così estranea dalle nostre parti dove, pur se sotto altre forme, è stata praticata. Nel meridione in cui i riti funebri dovevano apparire tragici e disperati non era raro nel passato che alcune donne venissero pagate per piangere il defunto. Erano le prefiche e Cecilia Mangini, come è stato scritto su queste pagine, su questa tradizione ci fece un breve film dal titolo Stendalì.

 

 
Philip (Brendan Fraser) vive ormai da tempo in Giappone ed è un attore famoso solo per avere interpretato un dentifricio in una pubblicità. In realtà la sua carriera non va bene. Si adatta un po’ stancamente a interpretare il ruolo di amico o parente per un’agenzia che affitta familiari. Ma conosce Shinji (Takehiro Hira) che gli prospetta delle motivazioni più forti e aderisce all’offerta passando alla sua agenzia. Il suo primo incarico è quello della richiesta di una donna che chiede qualcuno che faccia da padre alla figlia Mia per il colloquio con i dirigenti della prestigiosa scuola che la ragazzina dovrà frequentare. La preliminare conoscenza tra Philip incaricato del ruolo e la ragazzina sfocia in un rapporto che si fa via via più forte. Lo stesso accadrà con Kikuo Hasegawa, un attore ormai in pensione e quasi dimenticato da tutti, affetto da una sorta di demenza senile. Philip contravvenendo alle regole accetterà una richiesta dell’anziano attore e il suo rapporto divenuto troppo stretto con Mia obbligherà la madre a impedire ogni altro incontro. Forse Philip non è adatto a quel lavoro che prevede il rispetto rigoroso delle regole e per queste ragioni sarà rimosso. Ma il tempo, come sempre, rimargina le ferite. Laddove Herzog coglie il senso di una vicenda – peraltro molto simile a quella del Philip del film di Hikari – per esplorare i confini tra cinema del reale e cinema di finzione, in quella terra di mezzo virtuale e affascinante che il regista tedesco ha saputo creare film dopo film, Hikari, da narratrice di storie, sembrerebbe limitarsi a dare una sua visione delle cose in un film che vuole toccare i sentimenti, e a tratti ce la fa, ma che sembra rimanere un racconto anche intenso nel quale è difficile non scorgere che il tema non siano “gli altri”, quanto piuttosto il se stesso di Philip.

 

 
Brendan Fraser dopo le sue vicissitudini che lo hanno tenuto lontano dagli schermi è tornato prima con The whale e ora con questo film a fare parlare di sé. Sembrano, al di là del loro valore più o meno alto, due film che servono molto all’attore per recuperare un ruolo, un proprio modo di appartenere al mondo del cinema che i fatti personali avevano messo in crisi trascinando dentro questa crisi anche la sua carriera. Philip vuole abitare le vite degli altri come suggerisce il sottotitolo italiano, legando sentimenti e disponibilità di ascolto, merce non troppo diffusa ai giorni nostri. Questo carattere del film sembra combaciare con la riflessione che riguarda il ruolo di attore del Philip personaggio e sulla sovrapposizione tra quel ruolo professionale e quello che invece gli viene attribuito dall’agenzia per la quale lavora. E poi c’è Brendan Fraser che fa l’attore e cerca ancora un proprio posto nelle vite degli altri, degli spettatori, come beniamino e con questi film viene quasi a dirci accoglietemi, non sono come mi hanno descritto.

 

 
Se questo fosse vero saremmo davanti ad una tripla sovrapposizione e dunque anche Hikari, smentendo le iniziali impressioni, con questo film sospeso tra sentimentalismo e falsa verità avrebbe esplorato il confine tra cinema e reale, secondo una via trasversale e originale inducendo ad una ulteriore riflessione sul mestiere dell’attore che resta travolto dai sentimenti dimenticando ogni lucida distanza del suo personaggio. Philip diventa padre della ragazzina, amico dell’anziano attore e fa quello che ogni padre e ogni amico avrebbe fatto. Una esplorazione di quel confine tra recitazione e verità, di quel limite che si fa valicabile, tra finzione e realtà che tanto appartiene alla elaborazione del cinema, che mostra la sua vitalità nel provare a ragionare sulla costruzione, pur dentro la sua genetica virtualità, di uno scenario sempre più sovrapponibile alla consueta quotidianità con in più la sua naturale spettacolarità con cui ricerca un confine tra i due momenti che sia sempre meno distinguibile.