Darren Aronofsky

L’immagine al nero, webcam disattivata e microfono acceso, solo una voce, profonda e suadente, a dettare la linea inversa di una presenza che visivamente, e ancor più in presenza, sarebbe importante: The Whale di Darren Aronofsky (in concorso a Venezia79) è un film che strutturalmente appartiene a quel corpo bigger than life che contiene Charlie, insegnante di inglese e tutor di scrittura per un corso online, protagonista di una storia in cui è proprio l’assenza, la mancanza, a determinare azioni e reazioni. Charlie, affetto da una abnorme obesità, è una presenza difficile da guardare, l’eccesso di una fisicità che supera se stessa e lo costringe a restare fuori scena, chiuso nella sua casa, prigioniero di se stesso. Condizione, questa della reclusione reale e simbolica di un personaggio nel proprio corpo, che del resto non risulta affatto inedita nel cinema di Aronofsky, che conosce bene il limite tra il delirio e l’ossessione, tanto quanto il confine tra l’eccesso e lo spreco di sé, praticandoli con una lucidità provocatoria ogni volta differente. Fatto sta che Charlie – quasi impossibilitato a muoversi eppure dotato di una solidità esistenziale che lo rende un uomo determinato alla rassegnazione – nasce al film morendo. O quasi: il suo cuore sta cedendo e un momento di piacere solitario troppo intenso lo spinge sull’orlo della fine. Che è rimandata solo grazie al provvido intervento di Thomas, giovane missionario evangelico laico, che bussa alla sua porta per ricordargli che la fine del mondo è vicina… Il ragazzo può entrare a salvarlo solo perché Liz, l’infermiera che accudisce amorevolmente e con disillusione Charlie, ha dimenticato di chiudere l’uscio a chiave…

 

 

La fine del mondo di Charlie è rimandata, ma la conta dei giorni che scandisce i capitoli del film è iniziata: Charlie sta morendo, dice Liz, che cerca di convincerlo a farsi ricoverare, senza riuscirci: l’ospedale costa troppo e i soldi che ha da parte, l’uomo li riserva a Ellie, la figlia sedicenne che lo detesta con tutte le sue forze e che, ogni volta che si presenta a casa sua, non manca di ricordargli quanto lo odia per averla abbandonata anni prima, decidendo di separarsi da sua moglie Mary e di vivere con lo studente di cui si era perdutamente innamorato. Giorno dopo giorno Charlie scandisce la sua exit strategy esistenziale puntando sulla gentilezza delle relazioni che instaura con la piccola corte che torna a fargli visita, dissimulazione di una disperazione che non ammette salvezza. Aronofsky ovviamente partecipa del suo intento, costruendo un film che, fatta salva l’evidentissima matrice offerta dalla pièce di Samuel D. Hunter, sta tutto nel suo movimento centripeto che conduce ogni elemento verso la Visione assoluta e finale, la materializzazione del corpo filmico che incede verso l’eccesso incarnato dal protagonista: eccesso fisico, spirituale, esistenziale, sentimentale, alimentare, logico… Il suo negarsi a se stesso, Charlie lo sconta negandosi agli altri: agli studenti del suo corso, al runner che gli consegna la pizza… Come la Sara di Requiem for a Dream stava al figlio tossicodipendente, Charlie sta alla figlia nella funzione sacrificale, quasi cristologica, di un dispendio definitivo del proprio corpo. Funzione che definiva del resto anche il protagonista di The Wrestler nella sua dedizione a una fine, a una consunzione fisica del suo essere al mondo, vissuta attraverso il corpo reale e attoriale di Mickey Rourke. Duplicazione tra la parabola del personaggio e del suo interprete che Darren Aronofsky riattiva anche in The Whale, nella presenza di Brendan Fraser, altro attore che ha vissuto con consapevolezza, lucidità, abnegazione il decadimento della sua immagine fisica così importante, in un percorso che è perfettamente coerente con quello del personaggio che interpreta. Aronofsky è indubbiamente un autore che lavora sul cortocircuito tra testo, corpo, cinema, vita, materia e spirito: ambizioso e straordinario, quando, come in The Whale, raggiunge il suo scopo.

 

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