I colori drammatici della pochade in Era, di Vincenzo Marra

Se non ci fossero altri motivi per vedere il film di Vincenzo Marra, ci sarebbe quello di ascoltare, nel finale che scorre fluido come l’automobile rossa che si staglia nel nero giù verso il mare dalle colline di Napoli, Era di maggio dalla voce melodiosa e immortale di Roberto Murolo. È dentro questa precisa napoletanità che sfida ogni altra appartenenza e comprensione, che si radica volontariamente e profondamente dint’e vicoli e sta città che Marra ambienta la sua commedia di derivazione eduardiana, la sua pochade popolare, il suo sguardo benevolo tra figli mammoni e bamboccioni e amori celati che esplodono improvvisamente tra i colori drammatici di una sceneggiata. Il cinema di Marra, sin dai suoi esordi ha sempre intessuto trame utili a disegnare un profilo della Napoli che viviamo, che è possibile vedere nitida al di là delle cronache camorristiche e malavitose. Quella Napoli che costruisce con caparbia volontà reti solidali e assorbe nel suo grande ventre le culture etniche che l’attraversano e forse è proprio questo racconto dove resta protagonista una vivace terza età, a rappresentare con semplici e definiti schizzi, pennellate e rapide intuizioni, semplici ma efficaci, le variegate verità che si agitano dentro quel ventre. Primi e primissimi piani, dialoghi e parole pronti ad offrire, dentro un copione già scritto che sa farsi assimilazione del vero e confondersi nella insistita spontaneità delle situazioni, restituiscono la teatralità voluta di una classica messa in scena.

 

 
Marra in questo microcosmo familiare, tra un pianerottolo e una sala da pranzo domenicale, cerca e trova una autenticità che forse sa di antico, di passato nella sua rappresentazione, senza nessuna concessione alla contemporaneità, ricostruendo, dunque, quel teatro popolare, quei canovacci appena abbozzati che gli attori, commedianti di un’arte maturata nel tempo, sapevano arricchire con la spontaneità della loro cultura. Lina (Dalia Frediani) è rimasta vedova da tempo, è ottuagenaria, ma possiede ancora l’energia per organizzare il gruppo di anziane donne che un po’ dipende dalle sue decisioni e da quelle della più accomodante sorella Rosaria (Maria Percoco). Lina ha tre figli: Lucio (Maurizio Casagrande), che fa il prete un po’ controvoglia, Patrizia (Angela Di Matteo), sposata con Beppe (Antonio Gerardi) che tradisce Patrizia con una transessuale svelando la sua verità alla moglie, e Sergio (Giovanni Esposito), vero bamboccione laureatosi a 40 anni, ma sfaticato e senza voglia di lavorare, ricordando il Tommasino di Eduardo in Natale in casa Cupiello. Lina tiene a bada questa famiglia un po’ scombinata e al contempo non cede alle avances del suo vicino di casa Eduardo (Antonio Venturini) e ogni giovedì va al cimitero a trovare il marito e poi va a giocare a scopone in coppia con la sorella Rosaria. La sua salute si aggrava e il rapporto con la badante Amilà, che viene dallo Sri Lanka e non parla italiano, è disastroso e la tratta male. Amilà abbandona l’anziana donna, ma tornerà e il nuovo spirito che le anima sarà benefico per entrambe.

 

 
È nella varietà dei personaggi che vive il film di Marra, quella varietà mutevole supportata da un ottimo cast che lavora dentro quella trama con una sintonia che sa non di recitazione affidata all’esperienza attoriale, ma di una sincronia vitale condivisa con la scena, diventando Era frutto di un tempo già vissuto comune che qui diventa teatro spontaneo, cinema che si muove dentro un’esperienza dello spettacolo che da sempre appartiene a quella cultura. È in questa accezione che la commedia umana di Era, soprattutto nella prima parte, a volte risulta un po’ sopra le righe, quando l’accentuazione con fini spettacolari della rappresentazione abbandona quella specie di classicità che non cade mai di moda, e abbandonando il dialogare comune diventa esagerata esaltazione verbale di quella napoletanità irrefrenabile. Non ne avrebbe avuto bisogno il film, già di per sé volto ad un racconto nel quale si riconoscono i tratti di una tradizione teatrale e narrativa che ha saputo coniugare, con i ferri di un mestiere artigianale divenuto di alta specializzazione, cultura alta e cultura bassa, nella interpretazione di sentimenti che inevitabilmente appartengono a tutti, filosofi e popolani, e che in quella città, così assorbente e porosa nella accezione di Benjamin, magicamente sanno fondersi in un irripetibile unicum. Vincenzo Marra, con l’esperienza ormai acquisita di narratore di una sempre originale faccia di Napoli, questa volta si affida ai numi tutelari di una letteratura universalmente riconosciuta e lavora per assorbimento di tracce del passato sempre viventi – Murolo, tradizione canora in generale e Eduardo – arricchendo il suo parterre contemporaneo innestando i temi di una accoglienza che a Napoli sembra colorarsi di altre tonalità. Scrive e dirige una commedia che trova la sua originalità nel rinnovamento di questa tradizione in quel filo mai spezzato tra passato e presente, tra cinema e teatro, che qui, in nome di quella porosità, sanno divertire ed emozionare.