
Mauro Marchesini ci accompagna alla riscoperta del memorabile dramma del dopo illusione di Billy Wilder.
Viale del tramonto è un capolavoro indiscusso della storia del cinema. Cosa diresti a un giovane che non l’ha visto per fargli venire voglia di vederlo?
Viale del tramonto è un classico. Un’opera, secondo la celebre definizione di Italo Calvino, che non smette mai di parlarci. Insomma, una matrioska che a ogni nuovo approccio rivela aspetti inediti. E magari preciserei: il film di Wilder ha raccontato come nessun altro quanto Hollywood sia la fabbrica dei sogni più ammaliante, ambivalente e tossica mai esistita.
Il libro ha una struttura molto interessante che invoglia alla lettura, è un utile strumento da tenere sotto mano, fruibile anche a spizzichi. Hai deciso tu questa suddivisione?
Ho sempre avuto una passione per i testi costruiti come puzzle. In questo caso, ho progettato un percorso apparentemente lineare che però lascia scoperti ampi margini di “incertezza”. Mi sembrava giusto per un film così fisiologicamente ambiguo.
Chiudi con due interviste immaginarie a Erich Von Stroheim e a Charles Brackett. Quanto ti sei divertito a scriverle?
In un primo tempo la casa editrice aveva qualche perplessità circa le interviste. Riteneva che i lettori sarebbero rimasti disorientati: troppa finzione in un libro che dovrebbe essere “serio, razionale, didattico”. Comunque, alla fine le riserve sono cadute. Per parte mia ovviamente mi sono divertito moltissimo. Aggiungo che il lavoro su Sunset Boulevard è l’ultimo episodio di una mia vecchissima passione. Da tanto tempo, per esempio nei volumi dedicati a Hitchcock, tento di inseguire il canone hybrid come fosse un miraggio. Ovvero, tento di far relazionare, ma anche discutere, bisticciare, duellare, il formato saggio con il formato racconto. Spetta, è ovvio, al lettore stabilire con quanta efficacia.
Nella quarta di copertina si dice che «Cose e luoghi, [sono] interrogati quali “persone” informate dei fatti, rilasciano sorprendenti confessioni». Ci spieghi?
Cose e luoghi nel libro sono studiati quali persone informate dei fatti che rilasciano sorprendenti confessioni. “Umanoidi” che recitano come attori consumati e parlano con parole più sottili e/o profonde di quelle usate dai cosiddetti personaggi in carne e ossa.

Per gentile concessione di Gremese Editore proponiamo un estratto da Viale del tramonto di Billy Wilder. Nella collana I migliori film della nostra vita collana diretta da Enrico Giacovelli.
Da “Le sedici narrazioni”:
LUOGHI
Studio 18
Ecco come si mostra l’immenso studio n. 18, dove si svolgono le riprese del vero Sansone e Dalila di DeMille (uscirà sugli schermi il 21 dicembre 1949). Il totale del luogo include, in alto a destra, il dettaglio di una lampadina che si accende e si spegne a intermittenza. Per il resto, l’inquadratura evoca un gigantesco suggestivo geroglifico. La zona bassa (leggera penombra) ospita numerosi membri della troupe, qualche comparsa e una cinepresa piazzata su una gru. Nell’area intermedia, illuminata, distinguiamo la scena che si sta girando. Invece il lato superiore, semibuio, è occupato da un vasto ponteggio con moltissimi riflettori, certuni accesi altri spenti, più alcune persone, sicuramente tecnici delle luci. Intanto, sentiamo DeMille impartire ordini. Il primo assistente avvisa il capo-troupe che la signora è arrivata. Veloci battute sull’età e il temperamento dell’ex vamp. Poi il regista annuncia una pausa per andare ad accogliere l’ospite. I due camminano lungo il teatro. Si tengono sottobraccio. Chiacchierano. Durante il dialogo emerge la faccenda delle telefonate di Gordon Cole.
DeMille inventa una scappatoia per assentarsi: Senti, Norma. Sono nel mezzo delle prove. Perché non ti siedi nella mia poltrona e ti metti comoda?. La donna ubbidisce. Ora, inquadrata in mezzo primo piano, l’ex diva viene assalita da un microfono a giraffa. L’aggeggio volteggia incerto sopra la sua testa, lambisce il cappello, ne sfiora la piuma di pavone. La primattrice allontana l’intruso con la mano, infastidita (o compiaciuta?). Pochi attimi e arriva la seconda sorpresa: una voce fuori campo chiama Norma Desmond. È un anziano elettricista sistemato sul ponteggio, che la saluta puntandole addosso un potente riflettore (Lasciate che vi dia un’occhiata!). L’ex star è quasi accecata dal fascio di luce. Ma presto anche i tecnici e le comparse la riconoscono (Guardate!… C’è Norma Desmond!!) circondandola. Le manifestano vicinanza, simpatia, affetto. Riappare DeMille, nota l’assembramento, sollecita subito il tecnico (Riporta quella luce al suo posto). Capiamo che amerebbe affrontare il tema Isotta Fraschini, lo spiacevole equivoco dell’auto da affittare. Viceversa, si blocca. L’ospite ha cominciato a piangere.
DeMille: Che c’è?
Norma: Nulla, soltanto non immaginavo cosa volesse dire tornare in un teatro di posa. Non sapevo quanto tutti voi mi mancaste.
DeMille: Tu, mancavi a noi.
Norma: Lavoreremo ancora, non è vero? Faremo il nostro più grande film!
DeMille: È quello di cui volevo parlarti.
Norma: È un grande soggetto, non vi pare?
DeMille: Beh, sì… C’è delle belle cose, sì… certo. Però temo che verrà a costare una pazzia.
Norma: Oh, non importa quanto si spende. Voglio solo tornare al lavoro…
Ecco di nuovo l’assistente. Informa il capo-troupe che è tutto pronto per il ciak. DeMille propone alla visitatrice di trattenersi ancora a guardare le riprese: I film sono cambiati parecchio… Più avanti, finito lo shooting, i due si trovano sulla soglia dello studio. Un saluto affettuoso. Il regista si congeda con un incerto vedremo cosa si può fare, l’ex stella replica convinta che la vecchia guardia è tornata! In effetti, è naturale interrogarsi circa i reali obiettivi di Norma rientrata nella sua caverna delle meraviglie dopo oltre vent’anni di esilio. Per ottenere risposte corrette occorre ripassare al rallentatore gli incidenti minimi che hanno caratterizzato l’incontro: il microfono molesto, il riflettore importuno, l’abbraccio fin troppo assillante delle comparse. La regina del muto prova un’allergia (o è proprio disprezzo?) verso lo stalker metallico, simbolo dell’era sonora. Secondo lei voce e parola sono i nemici giurati che hanno ucciso la settima arte. Eppure, si disegna per un attimo sul suo volto anche l’ombra di un sorriso. Come interpretarla? Compiacenza? Segno di disponibilità? È invece differente il rapporto con la luce. Una creatura fantasmatica, che trascorre le giornate struggendosi perché ha disertato il fulgido perimetro dei set, cova un complesso rimpianto per il magico “pulviscolo” che accompagna gli idoli di celluloide. Le star (nomen omen) sono Splendore. Nondimeno, il gesto invadente dell’elettricista nasconde un retrogusto sospetto. L’omaggio lascia intuire il famigerato patto proposto dallo showbiz. Ti prometto Denaro & Fama in cambio di Corpo & Anima. Una clausola, si sa, inderogabile.
Ma anche i figuranti spandono un sapore acredolciastro. Il loro assedio, benché sembri un gesto premuroso, forse esprime soltanto la morbosa curiosità di chi vuole scoprire se e quanti danni il tempo abbia provocato su Norma. Va però segnalato che Madame non patisce i microassalti senza reagire. Difatti, fin dall’inizio prende il posto del capo (d’accordo, dietro invito) occupandone la poltroncina altolocata. In ogni caso lo scambio – parola che evoca anche la boxe – tra il maestro e l’ex musa vede un’asimmetrica distribuzione dei ruoli. La donna pare sguarnita, schietta, priva di coperture. Al contrario, l’uomo durante l’incontro allunga una o più bugie. Il problema è che la modalità con cui viene filmato il passaggio culminante della conversazione, un quasi ortodosso campo-controcampo di quattro inquadrature, intacca un punto fermo di questa clausola linguistica: la presunta parità fra gli interlocutori. Non può esserci uguaglianza quando uno stimato cineasta, all’epoca ancora molto popolare, finge di provare rispetto e devozione, se non tenerezza, per una has been irrimediabilmente fuori gioco. Una signora attorcigliata come un’edera alla speranza di un impossibile ritorno.

Lo scalone
L’imponente scalinata porta dall’atrio al primo piano. La possiamo esaminare piuttosto bene quando il protagonista ne sale i gradini per raggiungere la stanza dove giace il caro estinto, lo scimpanzé. Mentre il giovane procede svelto, scopriamo alcune caratteristiche dell’arredo. Sul lato sinistro abbiamo il corrimano in noce nero, malridotto e scrostato, sotto il quale spicca la struttura in ferro che riproduce il motivo “chiavi di violino”, un classico motivo ricorrente nelle dimore prestigiose e non. A destra, sistemati sulla parete portante, notiamo due grandi arazzi intervallati da una nicchia che contiene una vetrata. Completa il tutto, il cordone passamano fissato al muro tramite i classici anelli d’ottone. Durante la vicenda lo sceneggiatore dalla doppia vita salirà / scenderà quegli scalini numerose volte. Ma la discesa per antonomasia sarà un’altra. La compirà l’ex divina nel celebre finale… Teso e concentrato, il “regista” Max si trova presso la piccola troupe delle cine-attualità assestata nella hall. Alza gli occhi verso Madame. La donna approda alla scalinata seguita da poliziotti, giornalisti e fotografi.
Max: Luci!… Sei pronta, Norma?
Norma: Quale scena è? Dove mi trovo?
Max: Sei sullo scalone del palazzo.
Norma: Oh sì. Giù aspettano la principessa.
Max: Attenzione!… Motore!… Azione!!!
Qui, mentre la protagonista inizia a scendere i gradini credendo di interpretare Salomè, interviene per l’ultima volta la voce narrante, che lascia cadere le parole dall’alto con un tono partecipe ma anche asciutto e una cadenza sentenziosa: Così, dopotutto finirono per girare quelle macchine da presa… La vita, che sa essere stranamente misericordiosa ha avuto pietà di Norma Desmond. Il sogno a cui si era disperatamente aggrappata l’accolse dentro di sé. Campo medio. L’ex star prosegue il cammino. Sgranati lungo il percorso, reporter, agenti e fotografi formano un coro di raggelate statuine. Il viaggio è lento, interminabile. E quando sta per concludersi, la primattrice solleva le braccia come se stesse abbozzando la danza di Salomè. Quindi, punta daccapo la macchina da presa finché viene inquadrata in mezza figura: Non riesco ad andare avanti. Sono troppo felice. Vi dispiace, signor DeMille, se dico due parole? Grazie. Voglio soltanto dirvi come sia felice di trovarmi nuovamente in uno studio, nuovamente al lavoro. Voi non sapete quanto mi siete mancati, tutti voi. Ma vi prometto che non vi lascerò mai più, perché dopo Salomè faremo un altro film e poi degli altri ancora. Vedete, questa è la mia vita, e lo sarà per sempre. Non esiste altro, solo noi… e la macchina da presa… e quelle meravigliose persone là fuori, nel buio della sala… Eccomi, signor DeMille, sono pronta per il mio primo piano! Mezza figura di Max, commosso. Poi mezza figura dell’ex diva che riprende il percorso diretta verso l’obiettivo. Raggiunge il primo e infine, circonfusa da un flou marcatissimo, il primissimo piano.
Sono tanti i fattori che rendono questa esibizione un incrocio tra un ineffabile rito e una preghiera laica. Per cominciare, l’abito nero (in realtà una camicia da notte) fasciato da uno scialle troppo ampio disseminato di lustrini. Lustrini che invadono anche i capelli nonché in parte il volto, il décolleté, il collo, una spalla. Lo scopo primario, allora, è illuminare. Ma è chiaro, contano parimenti l’andatura solenne (anzi ieratica) e la recitazione concentrata su un modulo dominante, lo stato di trance. Perfezionando il cuore del suo assolo, l’ex stella esterna felicità & beatitudine, una promessa ingannevole (non vi lascerò mai più), un omaggio al proprio credo esistenzial-professionale. Soprattutto, eleva un canto che consacra il rapporto con la sala (magnifico il cambio di registro vocale): il ménage à quatre cinecamera-platea-buio-silenzio: Non esiste altro, solo noi… e la macchina da presa…e quelle meravigliose persone là fuori, nel buio della sala…
Finora abbiamo visto svilupparsi un tentativo di incantesimo o paraincantesimo. Una pratica che utilizza quale fulcro comunicativo due occhi troppo ardenti per essere sostenibili. Ma allorché l’oracolo si accosta alla cinepresa tanto da toccare il primissimo piano, non sappiamo definire con chiarezza il passaggio in atto. Norma potrebbe scivolare verso una Realtà Diversa. O uscire dallo schermo, scendere fra la gente in carne e ossa, stringere gli spettatori con un caldo abbraccio. Oppure, mentre l’immagine si sfoca, si scioglie, si decompone, muore, potrebbe soddisfare definitivamente la vocazione suicidaria. È tutto pronto? Siete pronti? È un ritornello. Meglio, un tormentone che attraversa l’intera sequenza. Cinque o sei domande-risposte circa un punto, sempre quello. Sembrerebbe un ossessivo desiderio di controllo (Max) o un’ode al lavoro iperpreparato (Norma). Invece, dietro la sequela di “ready” c’è l’eterno dubbio che la Prontezza sia impossibile. Arrendiamoci. I nostri sforzi sono inutili. Tutto è approssimativo, caotico. Perché il mondo è per definizione una trama incompiuta. Perché comunque vadano le cose questa trama non sarà mai cucita con la cura sufficiente per parare gli imprevisti dell’avversa fortuna. E quindi, la stessa sacerdotessa si offre alla macchina da presa di DeMille pur intuendo che la sua sarà l’ultima irreversibile scomparsa.

COSE
Gli specchi
Certo non impressiona che una storia che va descrivendo innanzitutto, fra le tante peripezie, la favola di Narciso, dedichi uno spazio sostanzioso agli specchi. In effetti, li incontriamo un po’ dovunque. Ne contiene uno già la squallida stanzetta dove il fuggiasco trascorre la prima notte. È piazzato sopra un comò. Lo adocchiamo in particolare la mattina successiva, quando mostra Holden mentre esce furibondo a caccia di Max per chiedergli chi gli ha ordinato di trasferire presso la villa i suoi libri, la macchina per scrivere, i vestiti. Com’è ovvio, la suppellettile domina anche la sartoria Bullocks Wilshire (in realtà un grande magazzino d’alta classe) che dovrà cambiare radicalmente, così pretende la Diva, il look del futuro amante. Si noti: l’ampio specchio a tre pannelli (siamo nel camerino per le prove) duplica non una, ma addirittura quattro diverse sagome. Quella di chi controlla la giacca indossata dal cliente, quella del cliente medesimo, quella di un commesso e, soprattutto, quella dell’invasiva padrona. Il magico ripetitore compare ancora durante il Capodanno. La prima volta mentre la donna, schiaffeggiato Joe, sale indignata lo scalone (il dispositivo ottico, se ne ammiri la cornice baroccheggiante, campeggia nel soggiorno). La seconda, allorché il giovanotto, che aveva disertato la casa per smaltire la rabbia, dopo il tentato suicidio di Mrs. Desmond rientra e raggiunge la camera padronale. Il figliol prodigo si avvicina al bizzarro letto-gondola, toglie le scarpe alla sofferente, si aggira per la stanza, ripropone il classico Che sciocchezza avete fatto?! L’interpellata, fuori campo: Innamorarmi di voi è stata la cosa stupida!. Ora l’infelice si copre gli occhi con un braccio, comincia a piangere. Si dispera. Gillis siede su una sorta di sofà. Osserviamo che, lungo tutta la scena, un paravento fornito di tre ante riflettenti ha replicato spesso Joe. E, attenzione, talora ha replicato anche la lacrimosa Norma dai polsi recisi.
Esistono poi altri appuntamenti significativi con i duplicatori. Un esempio: l’aspirante Salomè affronta un potente trattamento di eterna giovinezza attendendo invano che il maestro Cecil B. DeMille la convochi. Durante il ciclo di cure (bagni turchi, laser contro la senescenza, esperti massaggi mento-collo, creme speciali pro zona décolleté, un’inquietante maschera di garza o facsimile per rigenerare la pelle del volto) vediamo un primissimo piano della signora. In campo, una lente di ingrandimento e una pila lillipuziana esplorano la pupilla destra e l’area periorbitale onde individuare eventuali imperfezioni. Ma veniamo al dettaglio cruciale. La toilette da camera che accoglie l’ex diva espone ben tre specchi. Quello di forma circolare dove lei si sta guardando al momento e un altro più piccolo sono appoggiati sul ripiano. Viceversa il più spazioso, collocato in posizione verticale, fa corpo unico con il mobile. Esaminiamo ora il penultimo raddoppiatore. La protagonista rincorre il fuggitivo gigolò cercando di bloccarne la partenza. Fase 1, anziché aprire subito la porta dietro cui è scomparso l’amato, viene ipnotizzata (pochissimi istanti) da una lastra di vetro argentata dalla cornice ridondante. Scruta il proprio viso, si libera dei cerotti anti-rughe, si riavvia i capelli, si dà un contegno. Quindi, Fase 2, torna davanti alla soglia della stanza e supplica: Ho smesso di piangere. Sto bene, adesso. Joe, dimmi che non sei in collera! Infine, studiamo gli specchi conclusivi. Camera da letto padronale. Dopo il delitto, la polizia ha invaso la villa. L’assassina sopporta una pioggia di domande. Il capo della Omicidi: …Come mai il revolver era qui?; il capitano: Dove l’avevate incontrato? Da dove veniva? La stella siede alla toilette. Non risponde. Distinguiamo due ripetitori. Uno, sistemato sul tavolino, l’abbiamo già citato poco sopra. Ma è il secondo che ci attrae maggiormente, il gingillo mignon tenuto in mano dalla donna. Emana una robusta magnetica luminescenza. Forse l’aspetto prioritario nella strategia di Wilder è il rigore con cui risultano gestiti i doppi dei protagonisti. Cioè l’inflessibilità che ne disegna i rispettivi ruoli e funzioni. L’uomo sembra essere un puro oggetto del desiderio. La suppellettile indagata (il vano sopra il garage, la sartoria, la stanza di Madame) ci mostra una persona passiva, un maschio immaturo che non vuole intercettare il proprio profilo. Ignora / evita lo strumento ottico, quasi avesse paura di incrociare il vero Gillis. A suffragare una tale tesi è una coincidenza: in due circostanze su tre Holden spartisce le immagini con Gloria Swanson. Per contro, la signora tratta gli specchi in maniera più attiva che ambivalente. Da un lato ne subisce l’incantesimo: i malefici oggetti, registrando cose e corpi, non sono appunto una ridotta perversa controfigura della macchina da presa? Però, dall’altro lato la cinquantenne li sfida a oltranza. Li tallona, li assedia, li spreme, li stressa, come se desiderasse condizionare il loro responso. È evidente, il reale obiettivo non è ringiovanire ma congelare il tempo.
P.S. Ai patiti segnaliamo ancora: – l’impiegato Jack Lemmon, guardando lo specchietto rotto contenuto nel portacipria di Shirley McLaine, capisce che la ragazza amata è la donna del suo capo (L’appartamento); – dopo un’operazione anti-invecchiamento, la diva si toglie le bende dal volto ed è il diabolico congegno situato nel bagno a rivelare l’esito mostruoso dell’intervento (Fedora).
Il bocchino
L’aggeggio l’ha analizzato con cura anche Sam Staggs, autore del fondamentale studio Close-Up on Sunset Boulevard, dove annota che il gadget è visibile presso la Gloria Swanson Collection, University of Texas. È un bocchino molto sui generis, lunghezza circa 9 centimetri, così costituito: un filo di metallo d’argento comprendente un cerchietto da collocare al dito e una piccola asta che termina con un secondo anello dentro cui si inserisce la sigaretta. Mrs. Desmond lo sfoggia almeno quattro o cinque volte durante la narrazione. La prima capita quando William Holden, appena giunto nella villa, sta leggendo lo sterminato copione. La cosa campeggia lungo l’intera sequenza, finché il maggiordomo guida l’ospite verso l’alloggio provvisorio.
Apparizione n. 2. Qualche giorno dopo (lo sceneggiatore scorcia il testo…) Madame lo assale ordinandogli di non tagliare nulla; passati alcuni minuti, la vediamo firmare le foto per i numerosissimi (?) fan. In entrambi i momenti, tra le sue dita spicca l’originale bocchino.
Terza epifania: la divina gioca a bridge con gli amici di vecchia data, Buster Keaton, Anna Q. Nilsson, H.B. Warner. E l’accessorio non l’abbandona. C’è poi una quarta presenza. È Capodanno (essenziale la battuta del narratore, Mi sentivo intrappolato come la sigaretta in quell’aggeggio che aveva al dito). La signora ha ballato e bevuto parecchio champagne. Siede semiubriaca sul divano. Lì, calza il dispositivo fumando con ostentato godimento. Per chiudere, descriviamo l’ultima comparsa. Una sera, calato il buio assoluto, l’ex star, sommamente inquieta, si spinge verso la camera del giovanotto, lo guarda dormire, mormora qualcosa angosciata (Oh Joe, dove sei stato? Da una donna, lo so che c’è una donna! Chi è? Perché non posso chiedertelo? Devo saperlo!!).
Quindi, scrutando meglio l’ambiente circostante scorge nella tasca di una giacca il copione che l’amante ha scritto durante le scappatelle notturne alla Paramount. Questa volta, però, c’è un dato inedito: la padrona di casa tiene il marchingegno nella mano destra. Per quale motivo? Comunque sia, escluse le situazioni accennate, l’aspetto che più cattura è il connubio tra il gingillo d’argento e il repertorio gestuale sfoderato dall’ex star. La simbiosi è esplicita. Il bocchino è perfetto per quelle mani recitanti, cifra-tormentone della nostra attrice. Sono due le movenze predilette. Una è quella possessiva, ovvero la ventosa o tentacolo capace di differenti funzioni, quali ghermire, adunghiare, eccetera. L’altra è la cadenza aerea, danzante e leggera che accompagna per esempio l’entusiasmo di una Norma piuttosto ebbra: Quanto sarà meraviglioso il prossimo anno! Quanto ci divertiremo! Farò riempire la piscina o riaprirò la mia casa a Malibu e avrete l’oceano.


