Sicko di Zholdaskali e Zhaza di Tulegenov: al BIFFF44 la nuova onda kazaka

Prospettiva kazaka al BIFFF44, declinazione iperrealistica del festival del cinema fantastico di Bruxelles, che nella competizione Black Raven ha proposto un duplice focus su una cinematografia che da qualche stagione a questa parte si sta imponendo con opere dal carattere decisamente irruento. Ecco dunque da una parte Zhaza di Darkhan Tulegenov, revenge movie sospeso sullo strazio di un padre poliziotto corrotto, e dall’altra Sicko di Aitore Zholdaskali, spietatissima parabola sociale sull’ossessione del denaro, che giunge a Bruxelles dopo una fortunata carriera sia nei festival internazionali che al box office domestico, nonostante i tentativi della censura di contenerne la diffusione. Entrambi gli autori, del resto appartengono a una nuova ondata di registi kazaki indipendenti (di cui fa parte anche l’Adіlkhan Yerzhanov di Steppenwolf, premiato proprio al BIFFF tre anni fa), che stanno alzando l’asticella della rappresentazione senza pietà della società kazaka, caricando al massimo il senso grottesco della violenza, mostrando personaggi straziati dal loro stesso cinismo e illustrando parabole al limite del surreale, in cui si percepisce nettamente la raffigurazione di una società eurasiatica stritolata nella morsa dell’immoralità.

 

Sicko di Aitore Zholdaskali

 
Aitore Zholdaskali in Sicko costruisce una rappresentazione piena e complessa del deperimento umano della società, affidandosi alla storia di una giovane coppia di spiantati che, oberata dai debiti, s’inventa un finto tumore per raccogliere fondi sul web e diventa un caso nazionale, finendo in un surreale e spietato vortice di violenza, inganni e sopraffazione. Calato nella frenesia di una Almaty che sembra un flipper, il film lavora con ironia sul degrado morale di questa coppia che non si fa scrupolo di fare leva sull’emozione per raccogliere soldi e liberarsi dal peso dei debiti che grava come un laico peccato sulla loro coscienza. Sull’altro piatto della bilancia c’è il peso tutto morale della messa in scena di una sofferenza irreale, che del resto rappresenta il punto di non ritorno della spirale di menzogne e sopraffazione in cui la coppia alla fine sacrifica se stessa. Ritmo intenso, violenza esponenziale man mano che il film procede nell’abbattimento di ogni freno morale, una notevole capacità di gestire la struttura grottesca della storia e dei personaggi senza perdere mai l’aggancio con la sostanza del dramma, un intrinseco senso della parabola sociale che incide i vizi di un paese sopraffatto dal mito del turbo capitalismo: sono gli elementi che hanno garantito a Sicko una meritata rilevanza internazionale.

 

Zhaza di Darkhan Tulegenov (anche in apertura)

 
Sul versante opposto, ma con esiti non meno interessanti, si muove invece Darkhan Tulegenov con Zhaza: qui siamo lontani dalla capitale e lo scontornamento sociale garantito dalla provincia offre uno scenario quasi astratto, in cui l’intreccio tra corruzione, violenza, amoralità e fatalità dei destini innesta una storia tanto elementare quanto spietata. Aslan (interpretato dal grande Yerzhan Tusupov, volto tra i più interessanti del cinema kazako attuale) è un maturo poliziotto che si trascina stancamente nel regno di corruzione che garantisce per il suo corrotto superiore, col quale ha condiviso gli anni sul fronte afgano. Quando scopre che la figlia, da poco tornata da lui, è finita a sua insaputa tra le ragazze rapite su suo ordine e offerte al suo depravato capo durante un party, Aslan precipita in un vortice di dolore e vendetta che lo trasforma in una sorta di Rambo inarrestabile e spietato. Tulegenov fa implodere il suo film in un grumo di azione che ha la capacità di scavalcare la violenza di cui si nutre per raggiungere lo spazio quasi neutro di una catarsi impossibile. Ipercinetico ma privo di vezzi grafici, Zhaza ha il coraggio di far galleggiare l’estrema violenza della rappresentazione sul dolore quasi palpabile del suo protagonista, che sembra straziare il mondo che ha costruito per dilaniare la propria coscienza appesantita da una colpa troppo grande per ammettere perdono.