Barocco della decomposizione ed estetica del contagio: su Disney+ The Beauty di Ryan Murphy

È così divertente vedere quello che il prolifico Ryan Murphy riesce di volta in volta a tirare fuori dal suo magico cappello: ultima in ordine di produzione la serie The Beauty, tratta dal fumetto di Jeremy Haun e Jason A. Hurley. Un virus trasmesso per via sessuale provoca la mutazione fisica di chi ne rimane infettato tramutandolo nella versione migliore di sé stesso, ma gli effetti collaterali sono letteralmente esplosivi. A chi ha visto The Substance (2024, Coralie Fargeat) non risulterà nuova la materia modellata da Murphy. Body horror con tocchi di riflessione sociale conditi con imprescindibili picchi di glamour: gli outfit di Isabella Rossellini su tutto, molto di più delle comparsate delle top model del momento. Bellezza, bellezza, bellezza a tutti i costi, è l’ossessione del secolo e Murphy da una spinta accelerazionista alla proiezione di un mondo in cui chiunque può diventare bellissimo perché – forse – ognuno di noi davvero culla nel cuore tale desiderio. Da un lato sembra anche prenderci in giro, con il suo attore feticcio, Evan Peters, imbruttito e banalizzato da un make-up perfetto. Ci aspettiamo che anche lui finisca prima o poi contagiato? Sì, certamente. E allora quale potrà mai essere la sua versione potenziata? Qui Murphy riserva sorprese. Vincente nel casting la scelta di un bravissimo Ashton Kutcher, variante giovane e bella di Vincent D’Onofrio, quel soldato “Palla di lardo” che dopo Kubrick non ha mai, nonostante la sua bravura, spiccato davvero il volo nell’industria cinematografica.

 

 
Sarà pur sempre una serie, ma l’occhio di Murphy è colto e allora ecco che ci regala una sigla chiaramente ispirata a The Shrouds di Cronenberg, per musica e immagini, ma anche una brevissima sequenza in cui appiccica la macchina da presa a una mitraglietta, catapultandoci nella soggettiva dei videogiochi. Nell’idea del contagio per trasmissione sessuale ritroviamo anche le modalità di uno dei più riusciti horror degli ultimi vent’anni, It Follows. Con The Beauty Ryan Murphy firma una delle sue operazioni più compatte e radicali, trasformando il body horror in una grammatica visiva lucidissima. L’idea di assumere la bellezza come contagio non è solo un espediente narrativo, ma un dispositivo critico che mette a nudo il desiderio contemporaneo di perfezione e visibilità. La serie lavora per immagini forti, dove il glamour convive con la decomposizione in un equilibrio perturbante e seducente. Ogni scelta estetica – dalla fotografia patinata alla costruzione scultorea dei corpi – diventa parte di un discorso coerente sulla mercificazione dell’apparenza. In questo senso, The Beauty si inserisce con naturalezza nel percorso autoriale di Murphy quando attraversa l’horror. Qui ritornano i suoi tratti distintivi: l’artificio dichiarato, l’eccesso come metodo, l’orrore come spettacolo consapevole. Murphy costruisce sapientemente ambienti saturi in cui il perturbante nasce dallo scarto tra superficie levigata e implosione organica. Il corpo è ancora una volta il campo di battaglia simbolico, luogo di iscrizione delle ansie sociali e delle ossessioni culturali. La violenza visiva rende tangibile la pressione normativa che grava sull’apparenza, mostrando come l’ideale di perfezione produca inevitabilmente mostruosità.

 

 
Anche la dimensione più investigativa della trama non indebolisce il progetto, ma gli conferisce ritmo e accessibilità. Murphy dimostra dunque di saper orchestrare eccesso e satira (si veda l’esilarante Ads in tinte pastello della nuova cura miracolosa) con precisione chirurgica, consegnando un’opera che è insieme spettacolare e consapevole, capace di intercettare le ossessioni del presente senza rinunciare alla forza dell’intrattenimento. Letto in prospettiva, The Beauty dialoga apertamente con le precedenti incursioni nell’horror di Murphy, a partire da American Horror Story, dove l’orrore è sempre stato un dispositivo di stilizzazione estrema. Basti pensare a Coven, in cui la stregoneria si intreccia con un immaginario fashion iper-curato, trasformando le figure delle streghe in icone di potere estetico prima ancora che narrativo (in The Beauty uno dei teatri del contagio è la sede di Condré Nast, la casa editrice di Vogue). Anche in Ratched, l’eleganza cromatica e la composizione scenografica sofisticata amplificano il perturbante attraverso l’artificio. In tutti questi casi, Murphy non separa mai l’orrore dal desiderio: li sovrappone, li fa collidere, li rende indistinguibili. The Beauty prosegue questa linea con compattezza teorica, spostando il centro dell’ambientazione al corpo stesso, che diventa insieme passerella e campo di infezione. Se nelle serie precedenti l’estetica vestiva il mostruoso, qui possiamo dire che lo generi.