Ho conosciuto Ezio Alberione nel 1992 attraverso Gianni Canova, quando insieme si diede vita alla rivista Duel. Io venivo da un lavoro decennale di critico (Cineforum, Il Manifesto, Panoramiche…) e di programmatore di cineclub. L’incontro con Ezio diede un senso diverso al mio sguardo e alla mia attrazione “cinéphile” per i film che vedevo come spettatore. Con lui il discorso si fece più ampio e al livello critico impressionista dei miei scritti di cinema si sovrappose il senso di una militanza etico-estetica al contempo politica e spirituale. Queste erano le linee che guidavano le nostre discussioni in redazione, così come i nostri colloqui telefonici o gli interventi come osservatori di cinema nei festival internazionali. Fu un’amicizia di vagabondi di cinema che continuò quando con l’amico Carlo Chatrian diedi vita all’Infinity Festival di Alba, nell’ambito del quale Ezio intervenne con un saggio memorabile sul cinema di Nicolas Philibert pubblicato nel libro che accompagnava la sua retrospettiva. La nostra collaborazione sarebbe sicuramente continuata nel tempo, se la sua vita non si fosse interrotta troppo presto. Nel ventennale della sua morte ho ripensato a tutto questo e anche a quanto gli sia debitore per le tante idee che ora mi abitano e che qualche anno fa ho espresso in un componimento poetico, pubblicato nel libro Nel corso del tempo. È un testo che gli dedico, con grande affetto…
Il cinema è un gesto.
Gesto di chi filma,
gesto di chi è filmato.
La parola è un orpello sociale.
Crea regole
ineffabili.
Il gesto ci pone in contatto
con l’invisibile,
ciò che non si vede,
che si sente
o
s’immagina.
Come la poesia,
gesto dell’anima.
O la luce,
frequenza d’un suono
senza tempo.
Il cinema è tempo,
onda sonora,
tempo d’esposizione…
tempo d’espiazione.
Profanare è un gesto
non di sottrazione
ma d’addizione,
d’esaltazione del sacro.
Guardare…
Per vedere.
Vedere…
per credere.


