I temi sono quelli che Eugène Green da sempre porta avanti nel suo cinema: il senso dello stare al mondo, il rapporto con la Storia, l’identità e l’estetica come ricerca del bello. Sono cambiati intanto i luoghi, dalla Francia con cui ha avuto un rapporto più consolidato si è ora in Portogallo (dove l’autore si è stabilito da qualche tempo) e così è Lisbona a far da sfondo al nuovo A árvore do Conhecimento (titolo internazionale The Tree of Knowledge), in anteprima italiana al Bif&st 2026 nella sezione Meridiana. La capitale portoghese è uno spazio attraente e fatto di colori vivaci, compromesso però dal turismo di massa, elemento spersonalizzante proprio rispetto ai temi più cari all’autore, con fiumane di gente che attraversano vie e piazze senza realmente viverle e, anzi, sottraendo loro Storia e identità. Green immagina così un Orco, un po’ illusionista, un po’ Mangiafuoco da fiaba collodiana, che con la magia trasforma quelle mandrie umane in animali per poi macellarli e farne del cibo, in una metafora evidente del processo di auto cannibalismo del mondo. Il mostro prende sotto la sua ala Gaspard, adolescente in fuga da una famiglia con cui consuma quotidiani conflitti, e che lo aiuta ad attirare i turisti in trappola. Ma quando Gaspard inizia a provare un forte legame empatico con un’asina e un cane, decide di salvarli dal mattatoio e fuggire: inizia così un viaggio che lo porterà in un “non tempo e non luogo”, al cospetto della Regina Maria I del Portogallo (sovrana a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo) con cui imbastire una riflessione dentro e fuori sé stesso, circa i meccanismi della conoscenza, della società e della Storia.

Un po’ come i civili in fuga di En attendant les barbares, che si ritrovavano nella casa di un mago, così Gaspard incarna il cammino iniziatico dell’uomo che viene messo al cospetto delle sue fragilità in un contesto precario, per apprendere non solo il proprio posto nel mondo (con riflessioni sui limiti della democrazia, sulle figure che ne hanno determinato i dettami, ma anche sui meccanismi più rigidi della monarchia), ma anche la verità delle emozioni che spingono ad azioni motivate dai sentimenti. Il racconto è così costruito attraverso una serie di dicotomie, in cui Green cerca uno sguardo trasversale in grado di scardinarne l’opposizione: il regno di Maria I con le sue leggi assolutiste contro i principi riformisti del ministro Sebastião José de Carvalho e Melo (il Marchese di Pombal, una delle figure più controverse della storia portoghese), l’Orco contro la Regina, il contesto urbano spersonalizzato e i rituali estenuanti nel castello, la famiglia come entità primigenia nel rapporto con il mondo, contrapposta al turismo di massa, il capitalismo contro l’aiuto disinteressato che Gaspard offre agli animali (di cui scopriremo l’identità solo alla fine e il loro ruolo nel complesso dei sentimenti della storia).

Green utilizza il suo stile consueto, fatto di inquadrature frontali in cui i protagonisti si offrono allo sguardo dello spettatore nella loro immanenza non mediata dagli artifici della mimica e, pur nella sua visione critica rispetto al mondo, non lascia mai venir meno un’ironia pungente e divertita rispetto ai suoi personaggi tipizzati ma umanissimi, senza risparmiare anche incursioni nell’attualità politica (con tanto di gag anti Trump). L’intento, evidente, è ancora una volta imbastire un sistema di traiettorie materiali (architettoniche e figurative) che attraverso le forme dell’epica e della fiaba favoriscano un recupero dell’immaginazione romantica e della bellezza quale elemento da reinnestare nel mondo per sopravvivere alla barbarie. La conoscenza di Gaspard, non a caso, coinciderà con la sua scoperta dell’amore, in grado così di liberare la sua vita dai padroni che vogliono controllare lui e la realtà: la famiglia, l’Orco, la Regina, il capitalismo. Tra gag e riflessioni più critiche, va così in scena una storia di sentimenti nel senso più pregnante del termine, un racconto gentile e proteso a un finale rasserenato e liberatorio, in grado di riscrivere le priorità del mondo. Un cinema, quello di Eugène Green, sempre apparentemente strutturato, ma che si rivela invece una volta di più libero e coinvolgente.


