Il peso della paura: al BIFFF44 Saccharine di Natalie Erika James

(c) Ana Miralles

Sempre a proposito di corpo come spazio di ripensamento sociale e identitario della femminilità, un altro lavoro presentato al BIFFF44 di Bruxelles transitando per la Berlinale 76 è Saccharine, l’opera terza dell’australiana Natalie Erika James. Film attesissimo, va detto, perché l’autrice, dopo una serie di corti molto interessanti, si era fatta notare sei anni fa con l’eccellente esordio Relic, cedendo poi alle sirene di Appartamento 7A, poco apprezzato prequel di Rosemary’s Baby, proprio sulla linea tematica della problematicità del rapporto parentale madre-figlia su cui aveva lavorato con esiti notevolissimi nel suo primo film.
Saccharine, giunge piuttosto sulla linea identitaria femminile del cosiddetto “elevated horror”, in cui lavorano tematiche più propriamente legate alle dinamiche sociali connesse all’accettazione del proprio corpo in relazione all’età, alle misure, alla sessualità e alla maternità. In gioco c’è sempre il malinteso ruolo della donna, incastrato tra l’obbligo di essere attraente e la missione familiare, declinato in ogni sua variazione. In Saccharine Natalie Erika James lavora sull’ossessione della forma fisica, avendo come modello la Coralie Fargeat di The Substance, ma spostando la propria attenzione dalla questione del decadimento fisico dovuto all’età a quella del peso e della definizione del rapporto ottimale con le dimensioni del proprio corpo. A differenza della Fargeat, che costruiva uno scenario in cui la protagonista agiva in relazione al bisogno di mantenere il proprio status attrattivo e sociale rispetto alle figure maschili dominanti, in Saccharine la James esclude le presenze maschili e consegna la sua protagonista, Hana, a una parabola soprannaturale tutta inscritta nel cerchio di relazioni femminili, fatto salvo il rapporto enigmatico e oscuro con una figura paterna esclusa dalla sua vita, che in realtà rappresenta un po’ il punto di fuga della prospettiva problematica in cui la ragazza vive la propria fisicità.

 

(C) Narelle Portanier (anche immagine in apertura)

 
Studentessa di medicina, Hana persegue con vana tenacia l’obiettivo di perdere peso e guardare allo specchio il proprio corpo con lo stesso desiderio con cui in palestra guarda quello di Alanya, la trainer che l’ha convinta a prendere parte al suo programma di dimagrimento. L’obiettivo è arduo e, poiché buttare nella spazzatura le borse piene di snack e dolci vari che porta a casa non basta, decide di provare la misteriosa pillola regalatale da una sua amica un tempo obesa e ritrovata dopo anni in perfetta forma. Hana scopre che la pillola è in realtà composta da cenere umana, materia prima che per risparmiare non esita a procurarsi nel laboratorio di anatomia, sottraendo ossa dal corpo di una disgraziata ragazza obesa di nome Bertha, che sta dissezionando con i colleghi… La pillola ha l’effetto promesso, ma anche una controindicazione del tutto imprevedibile: lo spirito di Bertha, visibile solo nel riflesso deformato di superfici riflettenti concave, perseguita Hana pretendendo da lei che ingurgiti incredibili quantità di cibo. Più la ragazza mangia più perde peso, in un circolo virtuoso e vizioso allo stesso tempo, in cui la bulimia cui la costringe la sua controfigura soprannaturale si traduce per Hana in un successo personale sul piano delle relazioni sociali e anche su quello sentimentale, dal momento che Alanya ora la apprezza non solo come trainer ma anche come amante.

 

(C) Narelle Portanier

 
Natalie Erika James, insomma, costruisce una parabola in cui il corpo della protagonista diventa il campo di una disputa tra attese personali e sociali, intime e relazionali, soggettive e oggettive, dove l’elemento soprannaturale incombe però come una chiave d’accesso all’eccesso, che consente di stigmatizzare i comportamenti e delineare uno schema di scomposizione e ricomposizione del proprio equilibrio. Il rapporto con la propria immagine restituita dallo specchio si traduce nell’immagine deformata di Bertha visibile solo riflessa su superfici convesse. Alla stessa maniera la relazione con la famiglia rappresenta un quadro piuttosto significativo: il dramma di Hana, infatti, si sviluppa pienamente nel momento in cui la madre intraprende un lungo viaggio in Argentina che la svincola dalla responsabilità di badare al marito obeso e la sua assenza costringe la ragazza a ritrovare un rapporto con il genitore che ha sempre rifiutato. A fronte di tutto questo, però, Saccharine non riesce a costruire una struttura narrativa e stilistica unitaria, fallendo sia la linea della paura legata agli elementi soprannaturali, che quella simbolica legata alla definizione grottesca degli eventi e dei personaggi. A differenza della Fargeat in The Substance, Natalie Erika James non riesce a costruire una scena stilisticamente unitaria e performativa, capace di inscrivere la parabola in una dimensione pienamente funzionalmente. In Relic aveva scavato in profondità nella paura, elaborando un dramma matrilineare che ridefiniva la coscienza della protagonista, un po’ come nel precedente cortometraggio, Creswick (2017), aveva lavorato sul rapporto con la figura paterna. Qui sembra aver cercato un collocamento produttivo più selettivo, ma ha finito per perdere le coordinate del suo cinema più intimo e sincero.