Nelly ha appena perso la nonna materna ed è costretta ad assistere all’opera di smantellamento della casa di famiglia a opera dei suoi genitori. Interni decorosi e monocromi, mobili semplici, scaffali nascosti che trattengono vecchi ricordi. La madre è divisa tra il dolore da assorbire e le faccende da sbrigare mentre la piccola rimpiange di non aver salutato la nonna in maniera soddisfacente. Ma come si fa a sapere quando un arrivederci è destinato a diventare un addio? Nelly vaga, affronta le ombre che riempivano di paura le notti di sua madre bambina in quella casa, si lascia scivolare in un tempo sospeso e rarefatto, dona nuova vita a giochi usciti da un tempo lontano. Ma la madre parte all’improvviso e Nelly, affidata al padre in bilico tra momenti di distrazione e libri da impacchettare, si avventura nel bosco. Lì trova una capanna di legno che aveva conosciuto dai racconti materni e incontra una bambina a cui si avvicina con naturalezza e candore. Scoprirà ben presto che quella coetanea, così simile a sé e così diversa, è sua madre, catapultata da un qualche capriccio temporale per starle vicina, per imparare ad annusarsi, a conoscere e riconoscere i propri limiti, paure, fragilità. L’assunto sembra pretestuoso ma, in questo Petite Maman, Céline Sciamma costruisce l’impossibile con mattoni di limpida semplicità. La naturalezza di ogni gesto, la fluidità dei dialoghi (che riprendono e amplificano il lavoro già fatto da Sciamma come sceneggiatrice di La mia vita da Zucchina di Claude Barras), la dolce pudicizia dei movimenti di macchina creano un senso di profonda intimità.

 

 

Le due case – il passato e il presente – interagiscono nello spazio, non si sovrappongono. I gesti quotidiani si ripetono e rimbalzano da un ambiente all’altro, la memoria si fa concreta grazie all’immaginazione. Al centro del racconto ci sono un bosco e una capanna di rami, luogo metaforico di una crescita ancora, per fortuna, lontana da venire. In Petite Maman la vita scorre placida, eliminando ogni eccesso sentimentale, la socialità cancella i rapporti di forza e di potere, madre e figlia possono lasciarsi andare a uno sguardo orizzontale, al confronto, a una conoscenza ad armi pari. La paura di un’operazione, la constatazione naturale del tempo che passa, l’imparare a incontrarsi e a sapere dirsi addio, la fluidità di genere che scaturisce da un gioco d’infanzia fanno del racconto una fiaba esemplare. Sciamma torna sui suoi luoghi dell’anima – l’amicizia femminile di Nascita delle piovre, l’indeterminatezza sessuale di Tomboy, la sorellanza di Diamante nero, la femminilità espansa di Ritratto della giovane in fiamme – addolcendo la portata politica del suo discorso senza mai depotenziarla. Perché in fondo questo Petite Maman – film minuscolo di due ambienti e cinque presenze, poco più di un’ora senza inutili esitazioni – racconta della fatica del crescere senza sentenziare sulle difficoltà dell’infanzia, anzi cullando l’innocenza fino a renderla consapevole, forzando la realtà fino a renderla concreta. Con l’utilizzo di un montaggio sublime al limite dell’invisibilità Sciamma costruisce un tempo, uno spazio, un linguaggio che trapassa e rafforza il senso di verosimiglianza che in questo caso conta più del vero, affidandogli un significato intimo e profondo come in un’impalpabile e sospesa epifania. In questo dialogo ad altezza di bambina si scorge fino in fondo – attraverso un riso strozzato, un pasticcio in cucina, un abbraccio prima di dormire – la sensibilità di una delle più importanti autrici del cinema contemporaneo.

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