
Ci sono declinazioni dell’esistenza, topoi del vivere che non mutano al mutare delle latitudini: può cambiare l’accento con cui sono vissute, ma non cambia la sostanza della loro essenza. Un po’ come accade al Philip Winters di Wim Wenders che in viaggio verso Lisbona sente l’attraversamento dei confini grazie alla radio che declina le diverse lingue che si succedono man mano che il viaggio continua, la diversità degli accenti, lasciando immutato il piacevole accompagnamento dell’ascolto. E proprio a proposito di confini il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, di Milano, giunto alla sua 35a edizione, ci ha offerto, nella solida Sezione del Concorso dei lungometraggi, quest’anno di ottimo livello, due diversi modi di guardare al tema del ritorno, del ri-attraversamento di quei confini già attraversati e qui ancora una volta ripercorsi, ma in senso contrario, per un definitivo e consapevole ritorno. Due film sembrano confermare il senso di quella “restanza” che Vito Teti, l’antropologo calabrese, ha definito nelle sue riflessioni venate da un meridionalismo che pensiamo come universale, tanto è adattabile ad ogni latitudine da diventare patrimonio di una genetica umana che prescinde dai luoghi. Una riflessione che affonda le proprie radici in un comune sentire che si propone e si rafforza in quei sentimenti che non hanno lingue, né bandiere, perché le hanno tutte, essendo patrimonio di una cultura universale dentro la quale si radica quel segno identificativo di una umanità finalmente privata da ogni discriminante diversità.

La hija cóndor e Homebound (letteralmente quest’ultimo Ritorno a casa) sono due film e altrettanti racconti che provengono da due luoghi lontani, differenti per cultura e tradizioni: dalle Ande peruviane alla periferia di Nuova Delhi, il passo è davvero grande, dai silenzi dei picchi andini alla caotica metropoli indiana. Eppure i due film parlano lingue uguali e i loro protagonisti vivono le loro esperienze nello stesso solco segnato dalle inquietudini giovanili che rendono difficile l’esistenza nei luoghi in cui si è nati, idealizzando in quel mitico altrove ogni occasione per affermare le proprie ambizioni per poi, dopo le disillusioni, ripiegare su un ritorno trovato calpestando al contrario le impronte del proprio passato. Il film del regista boliviano Alvaro Olmos Torrico La hija cóndor è un silente racconto di emancipazione femminile tra i grandi spazi delle Ande ai confini tra Bolivia e Perù. È in una di queste comunità senza nome che cresce Clara, che ha un talento per il canto e vive da figlia con una anziana donna che però non è la sua madre biologica. I grandi panorami delle Ande sono per Clara una prigione e decide con una sua amica di scappare in città per tentare la via dello spettacolo, del canto. L’incontro con la donna che le ha fatto da madre, che forse per la prima volta ha lasciato la sua comunità per cercarla e riportarla a casa, non ha effetti su di lei. Qualche tempo dopo però la giovane donna tornerà al suo villaggio dove ormai sua madre non c’è più e il suo canto servirà alle donne partorienti ad alleviare i dolori delle doglie.

Nel racconto quasi epico di un’amicizia che dall’infanzia arriva fino alla gioventù si sviluppa invece il racconto di Homebound di Neeraj Ghaywan. I due amici Chandan e Shaib, l’uno della casta degli “intoccabili” e l’altro musulmano, aspirano a fare parte del corpo della polizia. Chandan sembra avercela fatta, Shaib invece non è riuscito a superare l’esame. Questo evento provoca una frattura nel decennale rapporto che è quasi di fratellanza. Ma neppure per Chandan le cose sono facili, l’assunzione tarda ad arrivare. Shaib da parte sua si dà da fare per cercare lavoro. Entrambi hanno disperato bisogno di denaro per aiutare le loro famiglie. Chandan andrà via dal luogo in cui è cresciuto e finirà per lavorare in una fabbrica di tessuti e presto anche Shaib lo raggiungerà. Ma arriva il COVID che cambierà le loro vite e il ritorno a casa resta l’unica soluzione possibile. Con due lingue diverse che convergono verso un unico obiettivo, i due registi dalle differenti origini hanno raccontato due storie che trovano in quella necessità del ritorno il tema dominante della vita. Il tema della restanza, riassumibile in quella ambivalenza tra i due estremi del partire e del restare come rispettivi controcanti per ogni esistenza inquieta che non si accontenta di quello che i propri luoghi offrono, sembra corrispondere a quel diritto che da più parti viene negato della migrazione, ovvero al contrario a quel diritto uguale ma opposto del restare. In questa doppiezza può trovare forma il nuovo atteggiarsi dei luoghi come possibilità di mutare il loro senso, che significa anche trasformare radicalmente le proprie esistenze.

La restanza, in fondo, riflette quel sentirsi legati ai luoghi che hanno segnato la propria formazione e al tempo stesso vivere spaesati in quegli stessi spazi, insufficienti a dare corso e senso alla propria vita, ma che al tempo stesso si sente di dovere proteggere e rigenerare, riadattandoli alle nuove prospettive, a quella vita diversa alla quale si aspira. Non è dunque restare e quindi diventare immobili: restanza è migrazione del pensiero, duttile capacità di immaginazione. I due lavori, tra gli espliciti silenzi del film andino che sostituiscono le parole in quel gergo di conoscenza che anima i rapporti tra gli abitanti delle montagne e la narratività quasi epica del secondo in quell’estremo tragico epilogo, diventano narrazioni del restare e del partire, del tornare e del rigenerare. Il cinema, che contiene tutte queste possibili vite e le loro aspirazioni, con il suo linguaggio universale delle immagini diventa agile strumento dentro il quale si sostanzia quel pensiero. In tempo di forti tensioni migratorie queste due piccole storie, che si consumano dentro scenari più grandi e quasi giganteschi, raccontano ancora con la limpidità delle loro immagini, seppure con scelte drammaturgiche differenti, il senso dei luoghi e dell’abitarli come parte di sé, come segno indelebile di quel senso di umano che si fa sempre strada tra guerre e catastrofi, tra vita e morte.


