Le promesse della fede: Los domingos di Alauda Ruiz De Azúa

I ain’t lookin’ for prayers or pity
I ain’t comin’ ‘round searchin’ for a crutch
I just want someone to talk to
And a little of that human touch
Just a little of that human touch
Human Touch, Bruce Springsteen

 

Come già si percepiva in Lullaby, opera d’esordio in cui le maglie della vicenda si addentravano nelle pieghe ambigue dei legami famigliari per svelarne complessità e rivelazioni, e nella miniserie Querer, prodotto in cui invece si mirava a smontare le strutture interne di una famiglia travolta dalla densità del male attraverso una narrazione scandita da quattro episodi dedicati alla denuncia di una violenza invisibile e al conseguente sgretolamento delle relazioni, anche nel suo secondo lungometraggio Los domingos, Alauda Ruiz De Azúa considera il nucleo famigliare come luogo di tensioni coagulate e aspre contraddizioni. Oltre ad essere motivato da dilemmi difficili, quindi, fin dai suoi primi passi quello della regista pare essere un cinema proteso a fissare lo sguardo su una condizione esistenziale e del tutto umana che, da una parte, determina un legame capace di svelare la presenza o l’inconsistenza di affetti speciali, dall’altra, dischiude parole d’ordine, gerarchie, ritmi, promesse interrotte o attese, interrogativi che rimandano ad una dimensione simbolica e politica profonda e ampia, di verticalità e orizzontalità.

 

 
La famiglia è il set ma anche la protagonista della riflessione condotta dalla regista, riflesso di una umanità in ricerca e in conflitto, inquieta e non rassegnata. In particolare, le domeniche a cui il titolo si riferisce raccontano di un tempo vissuto insieme dalla famiglia di Ainara (Blanca Soroa) presso la casa della nonna materna, un frammento di vita sospeso tra riti e miti dove la giovane diciassettenne, orfana di madre, condivide dubbi e paure sul proprio avvenire. Un destino (il suo, ma anche quello degli altri intorno a lei) che sembra segnato dalle aspettative del padre e della zia, già proiettati e speranzosi verso la scelta universitaria di Ainara. Un’attesa di futuro che subisce una severa battuta d’arresto inaspettatamente quando la ragazza sostiene di sentirsi sempre più vicina a Dio rivelando di essere incuriosita dalla vita di suora di clausura, causando così una frattura che mette tutti alla prova. Tra provocazione e vocazione, l’audacia del film allora risiede anzitutto nel titolo che pone l’accento sulla sacralità del giorno festivo, destinazione ideale di un percorso di liberazione e salvezza preceduto e attraversato dalla morte, dalla rinuncia, da silenzio e sacrificio. Un titolo che è investito da una certa ambiguità che traduce e tradisce quella che è a tutti gli effetti una crisi (temporanea forse ma totalmente umana, in senso ampio) intesa come frammento di vita utile a fare chiarezza, volto a distinguere il bene dal male, ciò che deve essere tenuto e ciò che deve essere scartato.

 

 
Un film che cerca il proprio equilibrio dialogando con discernimento e scelta, interessato a focalizzare l’attenzione sulle ragioni per restare e su quelle per andare, su quando e cosa aprire o chiudere, al fine di condurre lo spettatore di fronte alla libertà di Ainara: perché qualcuno dovrebbe diventare suora di clausura a quell’età? perché decidere di voltare le spalle al mondo degli sprechi e delle cose finte/finite rivolgendo lo sguardo a un mondo di speranze e astrazione, preghiera e povertà? Cosa vale davvero la pena vivere se il mondo esterno è incerto e faticoso? Come dichiarato dalla stessa regista: «La vocazione di clausura è forse una delle espressioni più estreme della ricerca di un posto nel mondo, e mi è subito sembrata la scusa perfetta per mettere in discussione la famiglia come nostro rifugio naturale. In fin dei conti, che siamo atei, agnostici o credenti, abbiamo bisogno di credere in qualcosa per andare avanti. Tutti noi facciamo delle scommesse di fede». Los domingos è un’opera significativa per come affronta con serietà, rispetto e sensibilità la fatica di emergere come soggetto capace di fornire una risposta propria, autentica, al netto dei tanti condizionamenti sociali, a scapito quindi delle tante pressioni culturali che oscurano la ricerca di verità di ciascun essere umano.

 

 
Prendendo spunto dagli interrogativi di Ainara, ma pure dallo scoperchiamento di alcuni elementi scivolosi di segno contrario che restituiscono un’immagine opaca della “macchina religiosa”, banalmente si potrebbe liquidare Los domingos come un film religioso nel suo senso più canonico in cui i rituali, i processi vocazionali, la routine del convento, persino il tipo di conversazione intima che un prete potrebbe avere con un minore nel contesto della guida spirituale. Ma oltre questa patina più convenzionale e legata al contingente, il film trascende spingendosi verso una profondità che pone di fronte figure di un discorso universale sull’umanità, ugualmente esposte da una domanda di senso urgente: in un mondo così materiale e consumista, come ritenere ragionevole l’accoglienza di una fiducia così netta e indistinguibile verso Dio? Alauda Ruiz De Azúa ha precisato: «Ho cercato di ritrarre questo universo da una prospettiva molto rigorosa, dopo aver svolto un’ardua ricerca. Ho optato per una certa nudità nel linguaggio, lasciando che i personaggi respirassero così come sono e permettendoci di osservarli da una prospettiva intima, ma a distanza. Allo stesso tempo, ho visto come la spiritualità si insinui nel formale attraverso molte crepe. Allo stesso modo in cui ciò che i personaggi tacciono è importante quanto o più importante di ciò che dicono, ho anche scelto con cura ciò che rimane fuori campo, ciò che non si vede… come le figure divine o le statue. Ho optato per un’unica colonna sonora: un coro.

 

 
Quella musica corale conferisce alla vita quotidiana un’altra profondità, un certo senso di poesia, vulnerabilità. Lo spirituale è dentro al convento, ma anche al di fuori. Non è una dimensione spirituale religiosa, ma emotiva. Quel qualcosa in più, invisibile, che ci circonda tutti. La fragilità delle cose. La perdita delle persone che amiamo. Le rotture che avvengono senza urla o litigi. Il primo amore incerto. Gli abissi che si aprono mentre sembra non succedere nulla». È un film molto concreto, paradossalmente meno etereo di quanto ci si potrebbe aspettare. Non un film che vuole spiegare la fede, piuttosto un’operazione intelligente (finanche furbetta) che rimodella la rappresentazione del mistero che si cela dietro alcune scelte, tra dilemmi e sentimenti, paure e pregiudizi. Più di ogni altra cosa, Los domingos abbraccia una vasta gamma di segni che denunciano l’irriducibile bisogno di amare o di essere amati che accompagna per tutta la vita ciascun essere umano, così come la sensazione che tutti hanno bisogno di credere in qualcosa, cioè di ritenere vero qualcosa o qualcuno che possa consegnare una parola di salvezza e di non-solitudine. È guardando lo sguardo fiero e quieto di Ainara che torna alla memoria il «Noli me tangere» del Cristo risorto rivolto a Maria Maddalena come invito e promessa ad amare totalmente e fino alla fine, umanamente, facendo i conti con il proprio dolore, senza perdere l’amore che ci rimane.