
È un fenomeno che ci riguarda quello delle migrazioni, fenomeno epocale di natura economica e climatica come abbiamo imparato a capire, ma anche fenomeno sociale che cambia le relazioni tra le nostre piccole e grandi comunità. Fenomeno che obbliga a varie riflessioni se costituisca un problema o al contrario una risorsa, classificato come evento che colpisce, nel bene e nel male, l’Occidente, dapprima refrattario ad ogni invasione, gridando ancora una volta “mamma li turchi!”, oggi costretto ad un ripensamento meno superficiale. E sebbene ancora alcune affermazioni reazionarie spingano per una sua interpretazione come volontà precisa di una sostituzione culturale ed etnica, si ritiene da parte di insospettabili commentatori l’utilità di questo evento che resta una delle soluzioni, in chiave capitalistica, per proteggere e salvaguardare le nostre economie e le nostre società sempre meno prolifiche e pertanto con minori protezioni di natura previdenziale. Cosa c’entra tutto questo con il cinema? E soprattutto cosa con il FESCAAAL milanese? C’entra, perché il cinema sa dialogare con questi eventi, aiutandoci caso mai a mutare prospettiva, anche a partecipare all’evento diffuso che diventa questione sociale, dibattito nazionale e agorà di scontro politico.

Due film in Concorso al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, pongono sia pure trasversalmente il tema della migrazione interna allo stesso Continente africano. I due registi l’egiziano Morad Mostafa con il suo Aisha can’t fly away e la franco-tunisina Erige Sehiri con Promis le ciel restano accomunati, pur nella radicale diversità delle loro opere, dai fatti che stanno all’origine delle loro rispettive storie. Aisha è una donna del martoriato Sudan, che in quell’Africa sub sahariana spicca per il costante clima di rivolta che sconvolge il Paese e i cui segnali mediatici si avvertono nel film del regista egiziano. A sua volta Naney rifugiata ivoriana in Tunisia presso la casa di una pastora, anche lei ivoriana che vive di espedienti, è costretta alla clandestinità e poi al ritorno in patria non essendo riuscita ad assicurare alla figlia un futuro migliore. Due film che in realtà vivono anche di altre suggestioni. Mostafa spinge su una contaminazione di generi, innestando, in una storia che definiremmo generalista quella di Aisha e del suo naturale disadattamento nella società egiziana, il genere horror con effetti stranianti e suggestivi, che coprono alcune falle del film aiutato comunque dalla presenza scenica della protagonista, divisa tra una inquietante figura ieratica e una identità quasi demoniaca, sa offrire spunti originali nella mutazione anche questa orrifica delle sue sembianze. Erigi Sehiri offre, invece, una versione meno caratterizzata sotto il profilo narrativo e la sua Naney, con la forza evocativa della sua presenza, racconta di uno smarrimento senza soluzione che la porta alle scelte sbagliate che non possono essere perdonate dalla sua ospite che la invita a lasciare la sua casa rifugio.

Entrambi i film hanno sullo sfondo del loro articolato racconto, che si tramuta per entrambi in una non trascurabile solidità della narrazione, che diventa perfino quasi visionaria nel film del regista egiziano, quel non detto sulla migrazione interna africana che, a conti fatti, per società in cui vi è un adattamento ai modelli occidentali, come accade per l’Egitto o per la Tunisia, non è troppo dissimile da quanto accade dalle nostre parti in tema di rifiuto delle altrui culture e condizioni. In entrambi i film le due protagoniste – e non crediamo possa essere casuale la scelta del personaggio femminile come protagonista – condensano nella vicenda declinata al femminile i temi non solo della discriminazione razziale, ma anche di una discriminazione di genere, che ovviamente in società ancora tutto sommato legate a culture arcaiche diventa ancora più grave e compromettente. In questo senso entrambe le storie e i personaggi soffrono oltre che della disparità di trattamento come immigrate, anche il carico della discriminazione di genere, che le penalizza e le espone ai rischi di violenza a sfondo sessuale sempre in agguato.

Verrebbe da dire, continuando con i luoghi comuni, che “tutto il mondo è paese” e forse pur nella banale superficialità dell’analisi, sempre da evitare, qualcosa di vero c’è. La diversità di cultura e di etnia è diversità dovunque e per ogni appartenente al Sud del mondo c’è sempre qualcuno ancora più a sud. Questa verità, che i due film trasversalmente ci confermano, diventa approccio negativo alla soluzione del problema che resta epocale, costituisce un ostacolo in più e come sempre il non detto, al quale il tema appartiene, diventa convitato di pietra e come tale difficile da scalfire, difficile da maneggiare. C’è sempre un sud che non ha voce e al quale il cinema sa darne una. I due film condensano anche questa verità e se il cinema, come ogni altra arte, non può dare risposte è bene che ponga quesiti e sebbene il tema resta irrisolto è bene che venga posto diventando oggetto di riflessione.


