Isolati nel bosco: Jastimari – Il rifugio di Riccardo Cannella

In dialetto significa bestemmiare, maledire qualcuno. Riccardo Cannella, che nella vita lavora anche nella produzione cinematografica, non è nuovo ai titoli che abbiano un forte carattere identitario della sua Sicilia, tanto che il suo film precedente come regista si intitola U scrusciu du mari. Parte da queste coordinate anche Jastimari, il suo nuovo film, che cita le arie misteriose di Night Shyamalan, e la sua ambientazione, tra i boschi della catena delle Madonie a ridosso del capoluogo siciliano, si rivela in tutta la sua inquietudine e nel suo solitario mistero. Solo come alcuni luoghi del nostro meridione sanno essere, tra echi non udibili e l’oscurità dei loro anfratti. Una famiglia, i due genitori, Saro (Francesco Foti) e Teresa (Rossella Brescia), e due figli maschi, il maggiore Angelo (Giuseppe Lanza) e Lele (Simone Bagarella), si sono rifugiati lontano dalla città, ma anche da ogni altro centro e vivono senza energia elettrica e coltivano per mangiare. Vestono abiti ottocenteschi e i ragazzi non frequentano la scuola. Ma non siamo nei fatti di cronaca di una famiglia nel bosco, ma in un frangente in cui un terribile virus, aggressivo e contagioso, circola e ammazza la gente in città. Un giorno Luciano (Fabio Troiano) e le sue due figlie Veronica (Angela Motta) e Marta (Irene de Gaetano) compaiono ad interrompere la vita non tranquilla della famiglia.

 

 
Luciano è il padrone della casa dove abita la famiglia che era stata ospitata dai suoi genitori, poi morti a causa del virus. Luciano rivendica la proprietà ma fugge davanti alle minacce di Saro. Tornerà e Saro e Teresa decidono di ospitare a loro volta Luciano e le figlie, ma nulla sarà più come prima. Cannella utilizza bene l’ambientazione e i suoi luoghi selvatici, per nulla ospitali nella loro ruvida orografia bene si armonizzano con una storia dove il peso del mistero, più suggerito che spiegato, più ancestrale che reale, sembra volere creare un doppio piano narrativo, che se da una parte si svolge su un piano di razionalità con la scelta di stare lontani da ogni possibile contagio, con una attenzione assoluta alla non contaminazione, dall’altra, invece, propone un piano misterico che si situa dentro quella irrazionalità propria dell’horror, tra streghe in decomposizione e personaggi come il vecchio padre di Luciano (Giorgio Colangeli), che tornano dal mondo dei morti a chiedere aiuto. Un doppio piano quasi invisibile in verità che funziona nell’accrescere l’arcano enigma che si cela dentro quel bosco.

 

 
Jastimari possiede quindi un potenziale notevole nel quale la regia di Cannella si muove agile aiutato dalla fotografia di Daniele Ciprì e una colonna sonora di Gian Marco Castro e Livio Lombardo che accentua i tratti arcaici dei luoghi. Tutto questo funziona in Jastimari, quello che meno funziona è il pathos che a volte manca, il mistero che sembra dissolversi per lasciare posto ad un film televisivo e la frequenza di questi intervalli aumenta con l’arrivo delle due ragazze e la prevedibilità di un innamoramento con Angelo, il maggiore dei due fratelli. Una certa prevedibilità e forse un po’ più di coraggio per virare in un horror più geneticamente autentico, scatenando la forza evocativa dei luoghi, le intuizioni di una ambientazione che nella sua ancestrale consistenza cova segreti e misteri, avrebbe giovato al ritmo e al crescendo del film. Nella seconda parte, invece, si allentano i legami con quella tensione non spiegata e quasi non c’è furia nel finale che dovrebbe diventare delirante. Manca il pathos che nell’incipit nasceva dal non detto, da ciò che tutti sanno, ma nessuno davvero sa, coperto il mistero come è tra quelle rocce dove potrebbe esserci un altro Hanging Rock. Un horror, indie, siciliano, meridiano, tra le montagne delle Madonie ecco cosa avrebbe potuto essere Jastimari con un poco di coraggio in più e invece che farsi consumare da un virus, il film si sarebbe dovuto consumare dentro quella bestemmia forte che appartiene ad un eterno e mai sedato conflitto con ciò che non conosciamo, con ciò che resta sepolto dentro le nostre coscienze e ci tira forte dentro la terra che cova quei segreti che ci fanno dannare.