Lo sguardo di Emma è silenzioso e acuto, ma anche aperto e curioso, pieno di fiducia e buoni propositi. Il primo film della regista svizzera Marie-Elsa Sgualdo, che ha al suo attivo quattro cortometraggi che hanno girato i festival internazionali, è un testo complesso e profondamente politico nell’accezione più moderna del termine, nonostante si rivolga alla Svizzera degli anni Quaranta, quando il conflitto bellico sconfinava goffamente nei boschi del “neutrale” e tradizionalista paese che riconsegnava ai tedeschi, sotto gli occhi indisturbati dei suoi abitanti, gli ebrei fuggitivi arrivati qui dai confini di Francia, Germania e Austria. Il titolo originale di questo film denso e vibrante è À bras-le- corps espressione che significa “a braccia aperte, a viso aperto”, e che allude all’attitudine, via via sempre più scoperta da parte della quindicenne protagonista, di prendere le cose di petto, affrontando la vita con una calma saggia e lucida, ma con la passione di chi non può accettare le ingiustizie. Emma (una bravissima Lila Gueneau) analizza con cura le situazioni, ascolta i consigli degli adulti e, talvolta, ne accoglie le confidenze. Ubbidiente e intelligente, è a servizio dalla famiglia del pastore protestante, dove serve a tavola, pulisce i vetri, controlla i conti di casa fatti dalla moglie, ricama scialli che poi andranno venduti.

Sua madre è stata allontanata dal villaggio, anche se fa più comodo all’opinione comune dire che ha abbandonato la famiglia per un altro uomo, è più facile ritenerla una cattiva persona per non farsi domande, proprio come fa Emma al colloquio con i giurati di un prestigioso premio alla virtù a cui è candidata. Cronaca di un microcosmo rassicurante fino a quando la claustrofobia che ne è parte integrande non appare in primo piano allo sguardo di una giovane donna sempre più smarrita. Di fronte ai segni assordanti di un ordine sociale iniquo e alle pressioni della società patriarcale, la protagonista riconosce silenziosamente i semi della ribellione, che passano attraverso la presa di coscienza e il rifiuto di regole miopi, ottocentesche, profondamente dissonanti rispetto ad un contesto storico drammaticamente cambiato. Marie-Elsa Sgualdo dissemina il suo film di dettagli e di gesti di minuziosa precisione, proprio per indirizzare lo sguardo dello spettatore nelle fessure dense di significato – quelle che hanno poi fatto la Storia tra Olocausto, fascismi, emancipazione femminile – nella dicotomia tra la città e il villaggio in mezzo ai boschi, tra nuove opportunità, nuove forme di solidarietà sociale e il cieco rispetto di tradizioni e convenzioni.

Sgualdo si sofferma soprattutto sui primi piani della protagonista, per la loro forza implicita nello svelamento inarrestabile di una nuova prospettiva. Emma tace spesso, osserva, studia, desidera e ama. Tenta ostinatamente strade di conciliazione fino a quando la regola della sottomissione perde ogni valore. La sua ribellione non sarà formale, ma sostanziale perché personale e il suo primo piano finalmente aperto, sorridente, libero. Allo stesso modo l’andamento del film enuncia la lucidità di un progetto ambizioso, perché capace di essere tragico e senza dramma, chirurgico nella precisione, perentorio nell’essenzialità delle sue scelte. Alla fine, come si sente dire da un commentatore radiofonico, è questione non tanto di perdere la guerra, ma di vincere la pace.


