
44a edizione del BIFFF, il Bruxelles International Fantastic Film Festival, in corso in questi giorni con il solito entusiasmo del pubblico di cinefili e critici mattacchioni da tutta Europa, nonostante il programma leggermente ridotto (una sola sala invece delle solite due, ma qualche giorno in più di programmazione, dal 3 al 18 aprile) e i tagli di budget della immancabile spending review statale imposta alla cultura anche da queste parti…Il festival però c’è, col suo carico di eventi e film, a partire da Asia Argento che nei giorni scorsi ha ricevuto il Premio Knight of the Raven, che da queste parti incorona i grandi nomi che passano (lo aveva ricevuto anche suo padre Dario), e ha presentato anche il nuovo film di cui è protagonista assieme a Melvil Poupaud: Plus fort que le diable di Graham Guit, storia familiare con ritorno di un padre a dir poco turbolento, definito dai programmatori del BIFFF un “patchwork di riferimenti pop spiazzanti”. Asia del resto non è l’unica italiana che sta animando le giornate di Bruxelles: il festival ha presentato in questi giorni anche un paio di film come La città proibita di Gabriele Mainetti e La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli che, insieme a Orfeo di Virgilio Villoresi, che passerà domani, offrono una bella
rappresentanza della varietà di approcci che il cinema di genere italiano sta offrendo negli ultimi tempi, nonostante tutte le resistenze produttive. Qui a fianco Asia Argento al BIFFF 44 © screenshot da DH Les Sport.

Il BIFFF, d’altronde, non è un festival del cinema horror tout court: come in tutti i principali eventi di settore, le barriere del fantastico sono allargate e lo spazio di rappresentazione dell’immaginario non si limita a mostri, orrori e brividi. Ecco allora che il concorso internazionale propone per esempio un fantasy di produzione honkonghese come Back to The Past, sospinto tra il passato imperiale e il futuro tecnologico. Diretto da Jack Lai e Yuen Fai Ng e interpretato da Louis Koo (che lo produce pure) e Raymond Lam, il film innesta il tema del viaggio nel tempo in una struttura che mescola il wu-xia e l’action contemporaneo con accensioni fantascientifiche: un pasticcio discretamente divertente che, senza troppe preoccupazioni per la solita questione del paradosso temporale, vede al centro dell’intreccio l’imperatore Qin, colto nel bel mezzo del suo sforzo di unificare la Cina per ergersi a capo di un vero impero. È per scattare una sua foto che 25 anni prima Hong Siu-Lung (Louis Koo) è stato inviato indietro nel tempo sino al 220 a.C e non è mai riuscito a tornare, finendo per diventare suo amico e maestro. A raggiungerlo nel passato con intenzioni non proprio sincere è Ken, l’inventore della macchina del tempo, ingiustamente punito all’epoca per il fallimento della missione e ora deciso a trarre beneficio, con i mercenari che lo affiancano, dalla situazione.

Vero e proprio clash of heroes fuori dal tempo, il film si sviluppa dunque in un intreccio di legami e tradimenti, scambi di persona e mascheramenti digitali, sfide all’arma bianca e sparatorie ultratecnologiche, in cui alla fine i sentimenti e la fedeltà giocano il loro ruolo in chiave non poco melodrammatica. Basato sulla serie televisiva A Step Into the Past, che nel 2001 aveva avuto successo a Hong Kong ed era a sua volta basata sul romanzo di Wong Yee The Chronicles of Searching Qin, il film conta su Sammo Hung per le coreografie delle scene d’azione ed è un curioso oggetto sospeso tra generi asiatici classici e forme letterarie e televisive (con tanto di scene della serie utilizzate in funzione di flashback). Ulteriore paradosso temporale che attraversa la produzione è legato alla sua realizzazione, dal momento che il film, girato nel 2019, sta vedendo la luce solo ora, essendo finito nelle strette del lockdown.


