C’è un ininterrotto fremito che percorre tutto il film di Giovanni Piperno e Stefano Rulli. Si ha l’impressione di stare sempre sul bordo di un precipizio e che la caduta sia prossima. Il figlio più bello è un discreto diario intimo, è un film confessione che racconta, tra passato e presente, il rapporto genitoriale con un disagio psichico, una disfunzione psichica che si sussume dentro l’ampio insieme dell’autismo. Matteo, il figlio di Stefano Rulli e Clara Sereni, deceduta nel 2018, è il focus del racconto, il giovane figlio unico della coppia che poi cresce dentro una sindrome che sembra a volte astrarlo dal mondo, vivendo dentro una sua bolla esclusiva e inaccessibile. Il cinema, il racconto filmato, costruito come un toccante diario in cui si annotano i momenti in cui si manifestano le emozioni, assume la forma di una lunga confessione di un percorso non sempre felice, sebbene condiviso e pienamente accettato. Stefano Rulli sta in primo piano durante il racconto e cadono i veli del pudore quando si mostrano gli scontri con Matteo, che in qualche occasione indulge in una gratuita aggressività. È questo che fa di ll figlio più bello un film che sembra strappare veli piuttosto che tesserli in nome di una finzione in cui emerga una falsa felicità. È forse per questa ragione, in quel manifestarsi della verità senza diaframmi protettivi, che l’immagine autentica sa restituire quella splendente verità.

Forse Il figlio più bello diventa anche un percorso terapeutico, ma non di guarigione da un profondo e trattenuto dolore che a tratti pare mostrarsi tra le pieghe delle immagini, quella sofferenza che si legge anche dentro il tono della voce e delle espressioni, un lavoro di meditazione mentre scorre la quotidianità del rapporto con il figlio e il suo disagio, la sua misurata distanza da quella centralità genitoriale che resta comunque un punto di riferimento. Stefano Rulli e Clara Sereni, finché sono stati insieme, hanno lavorato per offrire quella necessaria stabilità emotiva e familiare al figlio e il film racconta gli sforzi anche emotivi per creare ogni condizione favorevole alle relazioni. Matteo peraltro ha un’altra persona che lo segue, Marco, un attento accompagnatore che condivide con lui i viaggi, in Vietnam ad esempio durante la realizzazione del film, ma anche la convivenza che diventa forma consueta della relazione tra i due. Stefano e Clara, con l’aiuto di Marco, intendono offrire al figlio Matteo una possibile stabilità, una necessaria autonomia che possa sollevare entrambe le parti, genitori e figlio, dalle paure che segnano le giornate, ma anche il desiderio di ciascuno di conquista di quella necessaria libertà. Tutto ciò nonostante il drammatico senso di vuoto che lascia il distacco sebbene temporaneo.

È in questo rapporto trilaterale, padre, madre e figlio che il film sembra assestarsi, strutturarsi, come nella sequenza iniziale poi in più occasioni completata durante il racconto. I tre protagonisti sono attorno ad un’aiuola e Matteo, molto più giovane, sta mettendo a dimora una pianta. I genitori gli danno indicazioni, ma le folate di un vento irrequieto e a tratti furibondo attribuiscono alla sequenza quella precarietà di cui si parlava e quell’incipit diventa anche un imprinting per il film, che continua vivere e a misurarsi con quel senso di inquietudine che pervade quelle sequenze. Rulli e Piperno dopo le loro rispettive esperienze, di famoso sceneggiatore il primo – tra l’altro scrittore della sceneggiatura de Le chiavi di casa di Gianni Amelio, tratto dal romanzo Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, nel quale ha riversato con tutta evidenza l’esperienza vissuta con Matteo – e l’altro regista di qualità per un cinema sempre sorprendente e originale, qui si misurano con l’immediatezza, con l’imprevisto, con la contemporaneità non esattamente valutabile. Il figlio più bello vive di questa estrema verità e sul filo di una benefica precarietà che sembra ripetere quella che si vive anche da “sani” in un mondo che resta complicato e sempre imprevisto da affrontare.


