Sguardi dal Libano al Bref International Short Film Festival di Aosta

Crow Man di Yohann Abdelnour

Cinque cortometraggi libanesi, realizzati tra il 2019 e il 2024, hanno trovato spazio all’interno di uno dei tanti programmi che compongono la seconda edizione di Bref – International Short Film Festival (fin dal titolo che accorcia le parole si definisce bene l’ambito nel quale il festival di Aosta, diretto da Alessia Gasparella, si colloca). Un festival resistente, antifascista, politico (“Perché per noi è chiarissimo: il cinema è politico e noi abbiamo scelto da che parte stare”, scrive la direttrice nell’introduzione sul catalogo), non a caso in programma nella settimana del 25 aprile (dal 20 al 26). Partiamo dal Libano. E dall’urgenza di scoprire opere di quella magnifica cinematografia, una delle perle del Vicino Oriente, nel momento in cui il Paese è nuovamente (ma l’occupazione non è mai cessata) sotto feroce attacco israeliano.

 

Contact (2019) di Samir Syriani

 
Farlo attraverso la durata corta e lo sguardo molto diverso di cinque filmmaker inscritto nel realismo, nel simbolico, nell’immaginazione per descrivere storie, squarci di vita quotidiana a Beirut o in zone lontane dalle città, dove instabilità e precarietà rappresentano l’impossibilità di costruirsi un’esistenza nel segno della normalità, devastata dalla guerra, e si applicano al senso di sospensione che pervade il vissuto di tante persone, le loro relazioni sociali e intime. La sezione, chiamata “A spasso con Aiace” (Bref è organizzato da Aiace Valle d’Aosta) e curata dal Beirut Shorts International Film Festival, ci porta a conoscere – con quattro corti di finzione e uno d’animazione – personaggi di generazioni differenti alle prese con conflitti interiori, dilemmi morali o prime esperienze formative, rabbia e violenza inattesa. Non si può non iniziare da Contact (2019) di Samir Syriani (che con il suo corto più recente, What If They Bomb Here Tonight? ha vinto l’edizione dello scorso anno di Bref), capolavoro di venti minuti girato in un bianconero denso, catramoso, materico con protagonista un cecchino (senza nome e silenzioso) che vive in una baracca circondata da un paesaggio desertico e uccide chi si avvicina al “suo” territorio recintato con filo spinato.

 

Warsha di Dania Bdeir (anche in apertura)

 
Non sappiamo chi sia, se lavori per qualcuno o sia un killer solitario, ma sappiamo che chi prende di mira sono dei rifugiati, degli sradicati, che, come spiega la didascalia finale, fuori di retorica, “arrivano a un confine non per scelta, ma per speranza di sopravvivere”. La scena che li mostra avvicinarsi in gruppo o da soli al recinto, mentre il cecchino li tiene sotto controllo per poi sparare a uno, li fa sembrare un popolo di zombi, “parenti” di quelli che nel finale de La notte dei morti viventi di George A. Romero si dirigono verso la casa e vengono falcidiati, ovvero uno dei finali più politici della storia del cinema. Syriani costruisce un film di contatti, come suggerisce il titolo, tanto a distanza quanto ravvicinati. Contatto con i cadaveri che seppellisce nel deserto. Contatto con la voce della donna che ha ammazzato e che ascolta dall’audiocassetta-diario contenuta nel registratore che le ha preso (si porta a casa gli oggetti dei morti e li custodisce), gesto che gli farà prendere coscienza e infine deporre il fucile. Contatto di sguardi a distanza con il ragazzo al quale dovrebbe sparare e che invece lascia libero. Film contro la guerra ambientato in un luogo che potrebbe essere ovunque e che ricorda anche l’immenso corto d’esordio di Abderrahmane Sissako Le jeu. I film, ancora una volta, si parlano. Con Warsha (2022), opera d’esordio di Dania Bdeir, incontriamo Mohammad, operaio in un cantiere, dove ci sono stati incidenti, che si propone per manovrare una delle gru più alte e pericolose. Si tratta di salire e di esporsi al vuoto.

 

Ebb & Flow (2024) di Nay Tabbara

 
Sullo sfondo c’è Beirut. La cabina della gru diventa lo spazio intimo dentro il quale l’uomo si sente a suo agio e può esprimere, danzando con le mani e immaginandosi appeso a una corda ballare nel vuoto vestito con un abito rosso in una scena che richiama il musical e la fluidità dei corpi, la propria omosessualità altrimenti nascosta. Un film di liberazione, almeno per un attimo o magari per più tempo, come suggerisce l’immagine finale di lui con lo sguardo rilassato, accennando un sorriso, alzando gli occhi mentre torna con il bus al dormitorio insieme ai colleghi. Esperienze di crescita le vivono anche le protagoniste di Ebb & Flow (2024) di Nay Tabbara e di Crow Man (2024) di Yohann Abdelnour. Regista e sceneggiatrice, Tabbara ha narrato, con sguardo semplice e pertinente, una piccola grande storia di formazione. Quella di Loulwa, adolescente della quale si descrive una giornata: andare a scuola, truccarsi in bagno, recarsi con la migliore amica a incontrare due ragazzi sulla spiaggia e nei dintorni senza dirlo ai genitori, provare la sensazione del primo bacio. Prima che quel momento felice si interrompa bruscamente per via di un bombardamento.

 

Fizr (2024) di Rani Nasr

 
Bisogna scappare e scoprire, sulla via di casa, il terrore sui volti delle persone. L’attualità entra in campo. Così come la speranza, la forza dell’innamorarsi, gesto sovversivo sempre. In altro contesto, ma con la stessa importanza, è quel che accade alla bambina di Crow Man, animazione usata per “disegnare” un passaggio cruciale nella vita della piccola protagonista che vive con il nonno morente in una capanna di legno in un bosco. I suoi grandi occhi spalancati, solo uno dei tanti segni grafici tracciati con leggerezza e profondità che compongono il film, e poi tutto il suo corpo, esprimono emozioni e la consapevolezza di voler lottare contro quella figura in nero che è la Morte affinché non si prenda il nonno. Ma bisogna (dover) lasciar andare, con tutta la sofferenza contenuta, imparare a farlo, e restare, crescere, non dimenticando, affrontare le sfide della vita. La violenza può manifestarsi in tanti modi. La esplora Fizr (2024) di Rani Nasr, artista multimediale libanese-belga. Issam vuole vendicarsi di un fatto grave (il sindaco gli ha ucciso l’amato gatto Fizr). L’amico Raafat lo va a cercare manifestando metodi bruschi di fronte alle continue lamentele di Issam e un’insofferenza che sfocerà in tragedia perché si deve scegliere tra amicizia e ricerca di giustizia e difesa dei propri interessi. Anche questo, un film politico e di estrema attualità, immerso nella natura, ma dove la speranza non si intravede.
 
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