L’architettura è sempre foriera di intenti. Non è soltanto un pensiero estetico, né la semplice risposta funzionale a un bisogno: il progetto di un edificio è, già in partenza, il manifesto di ciò che quel luogo intende comunicare, autorizzare, rendere possibile. Gli spazi disciplinari, ad esempio, non si limitano a contenere i corpi, ma contribuiscono a produrre comportamenti, gerarchie, forme di controllo. Erving Goffman, parlando delle istituzioni totali, ha descritto la capacità di certi luoghi di assorbire l’identità di chi li abita, riducendola a una condizione, a una categoria, a uno stigma. Ma accanto a questi spazi della separazione può aprirsi un contro-spazio: un luogo in cui la parola, il gesto, la presenza scenica rimettono in circolo ciò che l’istituzione tende a fissare. A Milano, in via dei Calchi Taeggi 20, fermata metropolitana Bisceglie, si impone allo sguardo uno scenario quasi ossimorico. Due spazi convivono fianco a fianco, due luoghi profondamente diversi per intenzione e destino, che sembrano dirsi l’un l’altro qualcosa di essenziale. Da una parte, l’Istituto Penale per i Minorenni “Cesare Beccaria”. Non serve soffermarsi a lungo sulle sue finalità: la funzione è inscritta nella parola stessa, nella pena della reclusione che vi si sconta. Dall’altra, un teatro, apparente contrario del carcere: apertura, relazione, dialogo, immaginazione. Anche “evasione”, ma un termine che qui va usato con cautela: evasione non del corpo, né dalla responsabilità, bensì come viaggio interiore, empatia, immedesimazione. (Le immagini sono di © Gioele De Pas).

Questa prossimità non è neutra: Giancarlo De Carlo ha insistito più volte sull’idea che costruire significa prendere posizione rispetto alla società, ai suoi conflitti, alle sue forme di convivenza. Anche per questo la vicinanza tra un carcere minorile e un teatro non può essere letta come una semplice contiguità urbana. È in questa tensione che prende forma la realtà di Puntozero: un teatro fondato trent’anni fa da Lisa Mazoni e Giuseppe Scutellà, che quotidianamente accoglie tra gli attori della compagnia detenuti dell’Istituto e ragazzi provenienti dall’area penale minorile. Qui la scena non coincide necessariamente con un altrove confortante. A volte, al contrario, trattiene. Chiede di restare, di esporsi, di prendere posizione. Impone di misurarsi con un limite — fisico, giuridico, esistenziale — che non viene aggirato, ma attraversato. In questo senso il lavoro teatrale in carcere non offre risposte pacificanti: costruisce condizioni, fa emergere domande, le lascia accadere senza chiuderle. Dentro questa pratica, la scelta della nuova produzione del Teatro PuntozeroBeccaria non è casuale. Antigone di Sofocle — in scena dal 25 aprile al 10 maggio — è l’emblema della tensione tra legge e giustizia, tra ordine e coscienza, tra norma e necessità. È un’occasione per interrogare il conflitto tra ciò che viene imposto come giusto — la legge positiva dello Stato — e ciò che invece si avverte come inderogabile.

Il gesto di Antigone si colloca esattamente in questo scarto. Non è semplice disobbedienza, né soltanto rivendicazione politica. È un atto assoluto, che nasce da una convinzione non negoziabile. Quando decide di seppellire il fratello Polinice, pur colpevole di aver “insanguinato la patria con sangue fraterno”, lo fa in nome di un legame irripetibile: «di marito potrei averne un altro, di figlio potrei averne un altro, ma poiché mio padre e mia madre sono nell’Ade, non potrò avere un altro fratello». In questa logica radicale, quasi spiazzante, il rito della sepoltura si sottrae a ogni calcolo e si radica in un’etica che precede la legge. Sofocle obbliga così a riconoscere che il diritto positivo non esaurisce l’idea di giustizia. Esiste una zona eccedente, che non si lascia codificare ma continua a esercitare una pretesa. Abitarla significa non delegare interamente il proprio giudizio, accettare il rischio della responsabilità. Ma proprio qui si apre anche il pericolo. Perché un gesto così assoluto, così impermeabile al compromesso, è un gesto destabilizzante: non solo per l’ordine costituito, ma per la possibilità stessa della convivenza. Se ogni convinzione si facesse legge, il legame comune si disgregherebbe. Antigone abita questa tensione: tra l’esigenza di una norma condivisa e la necessità di non smarrire una propria idea di giustizia; tra l’ordine che tiene insieme e la coscienza che, a volte, lo incrina. Non c’è sintesi pacificante: Sofocle non l’aveva prevista. C’è piuttosto un equilibrio instabile, che chiede ogni volta di essere attraversato.

Il concetto di resistenza è sempre difficile da scomodare. Forse per il rischio — imperdonabile — di abusarne. O perché, essendo storicamente determinato, porta con sé un peso che non può essere alleggerito per analogia. Eppure non mi pare azzardato definire il lavoro del Teatro PuntozeroBeccaria una forma contemporanea di resistenza. Hanno scelto di fissare il debutto il giorno della Liberazione: e già questo dice qualcosa. Resistenza, in questo caso, non significa contrasto al corso fisiologico e necessario del processo penale. Non significa rimozione della colpa, né indulgenza, né giustificazione. Significa piuttosto agire sui riverberi del processo: là dove la pena rischia di diventare identità, destino, marchio. La resistenza di Puntozero passa attraverso la destrutturazione dello stigma e la costruzione di possibilità. Senza retorica salvifica, senza promettere redenzioni facili. Quel palco offre uno spazio, una voce, un esercizio di presenza.Se per De Carlo l’architettura è anche costruzione di relazioni, e non semplice organizzazione di spazi, Puntozero appare allora come una contro-architettura simbolica: non abbatte il muro, ma ne incrina il significato; non cancella il limite, ma vi apre una soglia. «Sentire le parole di Antigone nella bocca di un ragazzo, vedere come riescono a muovere qualcosa di profondo, conferma ogni volta ciò che un luogo di detenzione dovrebbe essere capace di fare: regalare parole, offrire opportunità. Far sì che mondi diversi possano riconoscersi e, insieme, provare a costruire una
società migliore», dichiara il regista Giuseppe Scutellà. Forse è proprio qui che la parola resistenza trova il suo senso più misurato e necessario: non nell’opposizione frontale, ma nella capacità di impedire che una persona coincida per sempre con il proprio errore; non nell’illusione che il teatro salvi, ma nella certezza che possa aprire una fenditura. E, dentro quella fenditura, far passare ancora una voce.


