«I manoscritti non bruciano.»
Dalla metropoli all’eternità. Ma anche dall’eternità del testo, immutabile e pura, a quella travagliata, caotica e indecisa della metropoli benjaminiana. Se l’anima del grande romanzo russo è nella convivenza di percezione realistica e di carica spirituale, o di satira e metafisica, Il Maestro e Margherita di questa tradizione è la summa. “Io sono uno scrittore mistico” diceva Bulgakov. E nel suo capolavoro – composto negli anni Trenta, ambientato alla fine degli anni Venti, e pubblicato postumo negli anni Sessanta – tutto procede per simultaneità e trasfigurazioni di mondi, tempi e stili distanti. Il romanzo narra, proiettandola su una duplice dimensione, di quotidiano e di soprannaturale, una storia che ha il suo perno nell’improvvisa apparizione a Mosca del diavolo nei panni di un esperto di magia nera. I suoi interventi sconvolgono l’ambiente intellettual-burocratico della città, smascherandone l’ipocrisia e decidono il destino di uno scrittore e della donna da lui amata. Nella trama, a sorpresa, si innesta, suggestivo e misterioso, il tema della Passione di Cristo. L’astratto umanesimo bulgakoviano si dispiega in una corposa, se pure ironizzata, visione della realtà. E la dettagliata lettura della vita metropolitana subisce metamorfosi, trova significato, in una sfera fantastica, allegorica, appunto mistica. Il romanzo scorre sul grandioso binario della duplicità. Il Maestro e Margherita: ovvero la parabola del creatore, dell’artista costretto al silenzio, ma che infine guadagna la pace; e quella dell’amore che fa da tramite fra sofferenza e vittoria. E poi, a sovrastare tutto, quotidianità e trascendenza. Da un lato, la Mosca meschina delle piccole circostanze di ogni giorno, di burocrazie e ipocrisie, dell’esistenza come commedia, una formicolante e incandescente vita di anime sconvolta dall’arrivo, paradossalmente moralizzante, di Satana con il suo improbabile seguito. Dall’altro la Gerusalemme di Cristo e Ponzio Pilato, dove i grandi temi della viltà e della scelta, del pentimento e della salvazione risuonano limpidi e solenni nel tempo vuoto della storia. In apertura una immagine di Il Maestro e Margherita di Vladimir Bortko.

Il Maestro e Margherita sullo schermo
La miniserie televisiva (10 episodi per 8 ore) diretta da Vladimir Bortko nel 2005, è considerata dai russi la più fedele: segue da vicino la struttura del romanzo, i dialoghi e le numerose sotto-trame (Mosca, la storia del Maestro e Margherita, la linea di Pilato). Si recupera sottotitolata su youtube, convincente il cast formato da attori di teatro (Oleg Basilashvili, Aleksandr Galibin, Anna Kovalchuk, Kirill Lavrov). Invece il film (del 2024) di Mikhail Lockshin non è una trasposizione letterale: riorganizza la materia narrativa, mette più al centro la storia del Maestro (con tratti autobiografici di Bulgakov) e l’amore con Margherita, e ha un forte impatto visivo, registico e di montaggio. Lavora anche sull’attualità con evidenti riferimenti alla Russia di Putin (si può vedere su Prime Video). Cast internazionale (August Diehl come Woland, Claes Bang come Pilato, Evgenij Tsyganov e Julija Snigir’ nei ruoli principali). Da apprezzare il lavoro sull’atmosfera febbricitante e la potente modernità tesa a ricercare una via differente al cuore del capolavoro letterario.

L’Ideale se si preferisce un film che sperimenta, autonomo e audace piuttosto che una ricostruzione fedele. Fra le altre riduzioni non si può non segnalare la versione del 1972 di Aleksandar Petrović, molto concentrata sulla parte moscovita, con un Ugo Tognazzi in gran spolvero nel ruolo del Maestro che “ereditò” da Gian Maria Volonté assolutamente contrario alla sceneggiatura di Pirro, riscritta poi dalla coppia Pagani-Alberti. Abitato da meravigliosa audacia appare Pilato e gli altri (1971) di Andrzej Wajda, il libro affascinò il regista polacco per la straordinaria capacità di Bulgakov di «mescolare con grande disinvoltura(ed effetti sorprendenti) il realistico con il sublime, i meccanismi della commedia nera con una originalissima visionarietà lirica, la cronaca politica e intellettuale del suo tempo con personaggi assolutamente inventati e inverosimili come angeli, diavoli, profeti…» La sceneggiatura si basa su quattro brani di altrettanti capitoli, dalla comparsa di Cristo davanti a Pilato all’avventura finale e fatalistica di Matteo, il tutto raccontato con la normalità disinvolta di un fatto di tutti i giorni: «Pilato è una figura emblematica di sconvolgente attualità. È ognuno di noi chiuso nella corazza del proprio egoismo; rapprsenta la nostra sostanziale incapacità d’amare, di offrirci agli altri.» (da Cenere e diamanti – Il cinema di Andrzej Wajda di Giandomenico Curi).



