Bisogna che lo affermi fortemente
Che, certo, non appartenevo al mare
Anche se Dei d’Olimpo e umana gente
Mi sospinse un giorno a navigare
E se guardavo l’isola petrosa
Ulivi e armenti sopra ogni collina
C’era il mio cuore al sommo d’ogni cosa
C’era l’anima mia che è contadina
Francesco Guccini, Odysseus
Nikos Kazantzakis, poeta greco dei primi del ‘900 (1883 – 1957), tra il 1925 e il 1938 scrisse il sequel poetico dell’Odissea omerica, un’opera monumentale dal titolo Odissea che con i suoi 33.333 versi, nel rispetto della metrica di Omero, il poeta e scrittore – tra l’altro anche Zorba il greco è una sua opera – immaginò Ulisse che dopo avere attraversato le peripezie omeriche e avere fatto piazza pulita dei presuntuosi Proci, riparte per un altro viaggio che da Sparta lo avrebbe portato fino a vedere i ghiacci dell’Antartide. Un altro bel viaggetto che di certo il nostro sempiterno eroe avrà affrontato con la solita caparbia volontà e la determinazione dei volitivi. L’Odissea di Kazantzakis che, grazie all’editore lombardo Crocetti è venuta di nuovo alla luce dopo un lunghissimo oblio, diventa un’altra delle tante opere che indagando sulla figura dell’eroe omerico ne tracciano e ridefiniscono i contorni adattando la sua poliedrica natura. Come qualcosa che sa di eterno al mondo che viviamo. Da Adorno e Horkheimer a Savinio, da Joyce a Dante, Tennyson e Saba, la duttile natura del re di Itaca ha attraversato la letteratura e la filosofia lasciando una traccia, scavando un’impronta che ci ha permesso di comprendere meglio il presente. In apertura Bekim Fehmiu, l’Ulisse di Franco Rossi.

L’Ulissiade, come una specie di grande festeggiamento del condottiero, in queste settimane si è arricchita del dibattito sul monumentale film di Nolan con la sua libera, visionaria e ricercata interpretazione post classica del poema. Tralasciando polemiche e recensioni positive o negative che siano, per i meno disponibili al nuovo Ulisse del regista inglese, va comunque segnalato che almeno Odissea – il film – è servito a rinfocolare la passione per l’astuto inventore di quello stratagemma che ha permesso ai greci di conquistare Troia, con il desiderio di comparare le varie opere odissiache spesso con lo scopo di sovvertire l’ordine di grandezza e dimostrare che non sempre il piccolo è peggio del grande. Dimostrare cioè che ad esempio gli infiniti minori mezzi dell’Odissea televisiva di Franco Rossi del 1968 hanno permesso la realizzazione di un’opera più aderente al poema rispetto alla “magniloquenza” di Nolan e al suo Imax di 70mm con lo sfoggio di una grandeur economica che, in fondo, non avrebbe restituito i frutti sperati. È fuori di dubbio che per il pubblico italiano l’Odissea televisiva di Franco Rossi del 1968, con l’episodio di Polifemo diretto da Mario Bava, costituisca un punto di riferimento imprescindibile del poema. E molte sono le ragioni che danno forma e corpo a questa che vogliamo definire come “ovvietà”. In primo luogo la perfetta coincidenza dei personaggi con i volti degli attori che ne hanno dato corpo. Ulisse era un Bekim Fehmiu perfetto con il suo volto mediterraneo, sornione, bello e audace, timido e remissivo, vendicativo e coraggioso. Per noi allora ragazzini e per molti altri Ulisse era quello là. Se si pronunciava quel nome il default cerebrale andava a finire sul volto di Fehmiu.

Ma non era differente la cosa con Penelope. Irene Papas all’apice della sua bellezza con la sua marmorea figura era la Penelope perfetta bella, desiderabile, fiera e pazientemente innamorata di un uomo che sembrava non esserci più. E poi ancora le ambientazioni così prossime ai possibili veri scenari dell’opera. Ungaretti che declamava i versi prima dell’inizio dello sceneggiato e la naturale scorrevolezza di un racconto naturalistico–didattico assolveva anche alla non trascurabile volontà di alfabetizzare un Paese che ancora viveva con sacche di analfabetismo o con gravi carenze di questo tipo. La televisione aveva questo compito e il pubblico era desideroso di imparare e conoscere. Prova ne sia, facendo un breve detour, lo sceneggiato del 1965, Vita di Dante realizzato da Vittorio Cottafavi fatto di scenografie essenziali e una scrittura fittissima e complessa. Eppure quello sceneggiato fece 15 milioni di telespettatori, oggi nell’Italia acculturata non ne farebbe neppure un decimo. Ecco le ragioni per le quali l’Odissea di Rossi resta radicata nella memoria di chi l’ha vista alla sua prima uscita o più tardi nelle repliche o ancora nell’home video, oppure su Raiplay dove ancora resiste e dove forse ancora resiste il bellissimo lavoro di Vittorio Cottafavi.

Nel 1954 Mario Camerini realizzò Ulisse centrando, fin dal titolo, l’attenzione più sull’eroe che sul tema del viaggio come scoperta e come impavida avventura. Per restituire al suo film quella necessaria patina di verità in un realismo che si voleva fondere con il visionario viaggio di Ulisse, Camerini, gira gran parte degli esterni sui luoghi del mito e solo qualche sequenza in Italia tra Talamone e Porto Ercole. Ne viene fuori un film dall’impianto del kolossal per essere una
produzione italiana e gli studi De Laurentiis mettono a disposizione l’esperienza e la magnificenza universalmente riconosciute per uno spettacolo che funziona e appassiona, nel rispetto di quelle regole auree del divismo e quindi fare interpretare l’eroe greco a Kirk Douglas, simbolo di una consolidata mascolinità e il ruolo di Penelope e anche di Circe (!) a Silvana Mangano. Sarebbe un tema da leggere con l’aiuto della psicanalisi la scelta del doppio ruolo affidato a Silvana Mangano. Sposa e amante al tempo stesso e poiché nel cinema niente è casuale, la scelta registica conferma il desiderio di offrire al pubblico un profilo eroticamente stimolante della donna nella sua doppia accezione. Il mito di Ulisse con Camerini accede alla perdita di quella finta innocenza che sicuramente non apparteneva neppure ad Omero.

Anche il raffinato Franco Piavoli, quanto mai appartato regista che ha sempre maturato il suo cinema in una dimensione più che umana, con il suo sguardo straordinariamente capace di inventare il reale dentro il suo scorrere quotidiano, quasi un Pascoli del cinema per una certa poetica fanciullesca che segna il suo percorso. Nel 1989 firma la regia di Nostos dentro una precisa adesione linguistica all’originale greco dal denso significato di “viaggio di ritorno” in quel doppio valore diviso tra nostalgia e dolore. È il tratto fondamentale di Ulisse in tutte le sue dimensioni e Piavoli ne coglie l’essenza, inventando una lingua inesistente che rafforza il mito ulissiaco e lo eleva in quel limbo tra la sfera umana e quella divina pur rifiutando sempre, il re di Itaca, ogni interferenza divina e anzi sfidandone la forza e l’onnipresenza. Più di recente Uberto Pasolini ha firmato la regia di una specie di spin off del poema e il suo Itaca – Il ritorno comincia proprio dal ritorno di Ulisse (Ralph Fiennes) e la ricongiunzione con la sua Penelope (Juliette Binoche). Pasolini ci mostra un eroe vecchio e stanco, sfinito nella forza e nella volontà. Tutto centrato sulla psicologia del ritorno e sulla solitudine del personaggio. D’altronde il regista romano ha sempre messo al centro dell’attenzione dei suoi film il tema della solitudine e con Ulisse e i suoi fantasmi ha mano facile facendolo sentire un uomo contemporaneo come il personaggio merita per la sua riconosciuta universalità.

Un piacevole, divertente e originale intervento è stato quello di Marco Antonio Pani con il suo Nemos andando per mare, immaginando che il poema si svolga tutto dentro una piccola comunità, sarda in questo caso, e che i fatti dell’Odissea siano diventati quelli di un fatto di cronaca di cui tutti sanno in paese. In un bianco e nero sfumato nella scala dei grigi, il film di Pani attualizza ancora una volta il lungo racconto, restituendo una dimensione al tempo stesso autarchica e onirica, vitale quanto mai in questa corsa dei paesani a raccontare di Ulisse con il coinvolgimento di attori non professionisti per un racconto che tutto è tranne che realismo in quell’adattare i luoghi al mito e il mito al quotidiano. Di sicuro altre produzioni hanno pensato a Ulisse e alle sue gesta e tralasciamo Nolan perché molto si è detto e qui non serve aggiungere altro. Ci piace però ricordare ancora che anche la canzone italiana si è occupata del mito omerico da Lucio Dalla con due sue canzoni non proprio recentissime Itaca e Ulisse coperto di sale e il recentemente scomparso Francesco Guccini nel suo ultimo disco con produzioni personali è tornato sul personaggio con la sua Odysseus. Testi che sintetizzano l’inquietudine di Ulisse e la sua natura fortemente umana a dispetto di ogni divinità. Un’ultima curiosità. Qualche anno fa lo studioso Felice Vinci con il suo saggio Omero nel Baltico ipotizzò che il mito omerico fosse in realtà un mito delle popolazioni del
nord Europa migrate nel sud del continente a causa delle glaciazioni. Portarono con sé i loro dei e le loro tradizioni antiche e tra queste il viaggio dell’eroe che in realtà si sarebbe svolto sui freddi mari nordici e non tra le acque del Mediterraneo. Ipotesi questa che accresce il fascino dell’opera, del personaggio e contribuisce a rendere ancora più impenetrabile e visionaria l’Odissea.


