“È un album da guardare e un film da sentire”. Il compositore Dade (al secolo Davide Pavanello, già autore della splendida colonna sonora di Gloria! per Margherita Vicario) sceglie una formula sensoriale, immaginifica ma perfettamente aderente all’opera, per mettere a fuoco Rider, musical rap (definizione in realtà non troppo calzante, ma che ne restituisce quantomeno un’idea approssimativa) diretto insieme al cineasta Roan Johnson (Piuma), in cui i due hanno realizzato a quattro mani anche le canzoni che lo abitano. La storia segue da vicino Samuele (Lorenzo Aloi), giovane rider della periferia milanese, che l’ultimo giorno dell’anno effettua una consegna di sushi in un appartamento di lusso in cui si sta svolgendo una festa: invitato a fermarsi, vi conosce Nia (Kaze), con la quale scatta l’intesa, anche perché nessuno dei due si sente particolarmente a proprio agio in quel contesto. Sembra l’aurora di un amore tenero, ma il ragazzo finisce nei guai. Ambientato in una Milano fedele al proprio status di metropoli sempre sveglia, impreziosito da un cast che mescola attori (Claudio Santamaria, su tutti, ma anche l’emergente Kyshan Wilson) con poliedrici performer (Johnny Marsiglia, Levante, Rosa Chemical, Ensi, Margherita Vicario), il film azzarda dialoghi con rime e assonanze, illustra la precarietà senza enfatizzarla, rilegge il “delitto e castigo” in chiave pop contemporanea, racconta senza giudicare. Con vitalità, curiosità genuina e un’attitudine mai consolatoria.

Dade, come nasce il sodalizio con Roan Johnson, regista abituato a raccontare il mondo giovanile con tratto empatico?
Grazie a Margherita Vicario. Roan le aveva chiesto un brano per il suo lungometraggio State a casa (sul lockdown, ndr) e lei ha accettato, a patto che io lo producessi. Ci siamo trovati bene sul piano umano, cominciando a condividere il progetto che poi è diventato un film. Sbocco naturale, probabilmente, perché lui è un regista che sentiva l’esigenza di scrivere canzoni, io un appassionato sempre più attirato dal cinema dopo averlo frequentato in maniera indiretta. Abbiamo scritto un disco di canzoni narrative che poi è diventato un musical decisamente atipico, in cui non c’è commento sonoro in senso tradizionale: solo dodici canzoni (e dialoghi freschi, sorprendentemente in rima, ndr).
Da dove è arrivata l’ispirazione?
L’idea ci è venuta subito dopo il Covid, ripensando al fatto che durante il lockdown i rider potevano girare le città, mentre noi eravamo tutti chiusi in casa. Sembravano allora parecchio liberi, anche se in realtà erano molto sfruttati. Non ci interessava però parlare di loro in una confezione da racconto sociale, documentaristico; volevamo invece inserire la storia di un rider dentro una narrazione appassionante. Ciascuno di noi si è messo al servizio della storia, lasciando da parte l’ego, per ottenere un flow nel quale musica e cinema si intrecciassero in maniera naturale.

Lei appartiene alla ricca scena musicale torinese, Johnson è anglo-pisano. Perché Milano come fondale?
A dir la verità, io non ero così affezionato all’idea. Sono un fiero torinese, e semmai dovessi fare un altro film, sarà ambientato a Torino. Avrebbe potuto essere Catanzaro come Londra: ormai le città occidentali sono tutte “cablate” per i rider…Ma Roan ci teneva a girarlo a Milano perché la considera (a ragione) l’unica metropoli italiana, in cui sono evidenti le differenze di classe e c’è un movimento infinito e febbrile, è una città che non si ferma mai. Il movimento è centrale nel film, perché il protagonista si muove come una biglia impazzita, e la vita gli cambia di colpo. Insomma, Roan ha insistito così tanto, che alla fine ho ceduto.
Senza scomodare Delitto e castigo, è comunque un film su caduta e riscatto, con un’atmosfera romantica…
Abbiamo cercato di essere realistici, ma giusti, trasmettendo un senso di amarezza, perché Samuele fa una scelta istintiva e al contempo stupida…e la vita spesso non fa sconti.

Il livornese Lorenzo Aloi nei panni di Samuele è perfetto.
Ci serviva un ragazzo che sapesse rappare bene, ma a suo agio anche davanti alla cinepresa, non solo dietro un microfono. Roan mi ha proposto Lorenzo e io l’ho tartassato in studio, dicendogli che se non sapeva cantare poteva anche essere Di Caprio e non l’avrei ingaggiato. Dopo averlo sentito, mi sono detto “Wow! È lui!”. Fine della ricerca per il ruolo principale, senza nemmeno iniziare il casting.
Cosa vi aspettate dal film?
Non ho aspettative particolari, sinceramente. Ma so cosa mi piacerebbe: che arrivasse alla pancia del pubblico italiano (che ha perlopiù un atteggiamento respingente verso i musical), senza “stuccarlo”. Confido che possa avvenire, ma già il percorso di questi cinque anni mi ha reso felice.
Ora Rider camminerà con le sue gambe, vediamo dove arriva.


