Nel 2018 in Belgio una bambina di appena due anni venne uccisa da un colpo di pistola sparato da un poliziotto. Era in corsa un’operazione antimmigrazione contro un furgone pieno di migranti irregolari diretti verso il Regno Unito. Tra questi una coppia curda con una bambina di due anni, che colpì per errore la bambina. Questa la storia di Clara il secondo film di finzione della regista Marta Bergman, dopo il precedente Sola al mio matrimonio, e dopo un percorso di giornalista e documentarista. Ibrido tra realtà e finzione è anche Clara, dunque, perché innesta lo sguardo diretto sulla realtà in un approccio di riflessione e di interpretazione di quella stessa realtà. L’incipit è di smarrimento e sogno. Sara e Adam dormono abbracciati come se nuotassero in un mare calmo e rassicurante. Ma l’incubo è dietro l’angolo perché il mare è incertezza e minaccia e il loro viaggio dalla Siria all’Europa ha attraversato anche tempeste e pericoli. Nella tenda del campo profughi in cui si trovano è come se vivessero in un non luogo, o meglio, in una dimensione di sospensione, che è l’attesa e l’ambizione di lasciarsi alle spalle uno spazio e il tempo passato, le guerre, la precarietà della vita, la paura, un paese che, come dicono spesso nelle loro conversazioni Sara e Adam, non ha più niente da offrire perché devastato dal conflitto, ma anche attraversato internamente dai pregiudizi che una coppia non sposata con una bambina inevitabilmente accenderebbe.

Il punto di vista di Marta Bergman su questa storia si sforza di non chiudersi in una sola direzione, ma scruta i dettagli più piccoli per offrire una visione a tuttotondo. E l’alternanza tra la quotidianità dei poliziotti e quella della giovane coppia ha il senso di costruire un microcosmo attingendo gli elementi narrativi prima dall’ambiente che dalla cronaca. Perché è vero che la bambina verrà uccisa da un colpo di pistola, ma importa anche mostrare e quindi capire in quale Storia si situa questa vicenda. Un film suddiviso in due parti anche nella sua progressione. Un prima e un dopo nei quali tutto cambia. La leggerezza ovviamente scompare per lasciare spazio alla geometria di luoghi in cui si specchiano burocrazia, compromessi, sensi collettivi di una colpa che nessuno vuole riconoscere. Semi gelidi di questo nuovo sguardo li abbiamo visti nel lungo inseguimento del van in questione, nelle immagini della videosorveglianza affidata ai monitor della sala controllo. Forse sta proprio lì il principio della disumanizzazione che il film cerca di trovare, nell’aver affidato alle videocamere non solo il come ma anche il perché. Nell’idea che, visti su uno schermo come fosse un videogioco, i migranti sono solo bersagli, un dovere da compiere con efficace velocità. Ci si accorge di quanto sia confuso il pensiero su argomenti sui quali siamo stimolati ad avere un’opinione netta, che un gesto non è solo una reazione meccanica, ma è prima di tutto il risultato di quella traccia subdola della cultura dominante in cui si sorvola appunto sui dettagli per mettere a fuoco l’insieme. Ecco perché Redouane può lasciare andare un clandestino nascosto, ma non riesce a smettere di inseguire quel van con la pistola carica.



