Troppa carne mutante al fuoco: la seconda stagione di X-Men ’97 riassume in pochi episodi anni di universo narrativo a fumetti

Per il Professor X e i suoi X-Men la situazione non è delle migliori. Sono infatti sparpagliati in diverse linee temporali che sembrano convergere su uno dei nemici storici del gruppo, uno di coloro che, più di tutti, rappresenta la versione in negativo del sogno di Charles Xavier: Apocalisse, il mutante dalla filosofia profondamente darwiniana che predica la sopravvivenza del più forte e lo fa lasciandosi dietro una scia di morte e di persone cambiate radicalmente nel corpo e nello spirito. Una squadra di mutanti si ritrova nel futuro, in un mondo devastato in cui sta crescendo una delle ultime speranze contro Apocalisse: il giovane Nathan Summers, detto Cable, soldato di una guerra senza tempo. Una seconda squadra si ritrova nel passato, nell’antico Egitto in cui sta per aver luogo la trasformazione del giovane mutante En Sabah Nur, oppresso e furioso, in Apocalisse stesso. Ai due estremi del tempo, il passato remoto e il futuro anteriore, gli X-Men cercheranno di scongiurare una delle minacce più grandi di sempre. Dopo una prima stagione dagli ottimi riscontri torna su Disney+ X-Men ’97 (serie composta da 9 episodi, scritti da JB Ballard, Beau DeMayo, Bailey Moore, Antony Sellitti, Brian Ford Sullivan, Mariah Wilson, con Jake Castorena supervisore), sequel della serie animata che negli anni ’90 ha spopolato negli Stati Uniti ma anche qui in Italia. I binari su cui si costruisce la serie sono gli stessi della stagione precedente: scrittura solida e fan service. C’è da chiedersi, tuttavia, se il risultato sia lo stesso. Certo, la serie è godibile, scorrevole e avvincente, una storia character driven che, in quanto tale, regala personaggi memorabili ma non a discapito di una trama articolata e di un ritmo elevato di cui la visione giova moltissimo.

 

 
I momenti d’azione sono abbondanti e la serie prende il meglio del dinamismo dei fumetti da cui è tratta, i colpi di scena sono abbondanti ma non al punto da perderne l’effetto e l’animazione è di buon livello, in continuità con la serie anni ’90 di cui riprende, a livello visivo, lo stile che l’ha caratterizzata. La criticità maggiore della seconda stagione di X-Men ’97 è il fan service, letteralmente croce e delizia dell’opera. Da una parte la serie è una festa per gli occhi dei fan dei mutanti di casa Marvel, target principale del progetto, che possono vedere una moltitudine di situazioni familiari: l’universo mutante espanso, con X-Force e X-Factor inserite non a caso ma con un senso e con i costumi che le hanno rese iconiche, archi narrativi amati come quello di Danger o X-Corporation, c’è un episodio, forse il migliore, che riprende le sottotrame di Weapon-X utilizzando Covata con una scrittura à la Aliens che funziona da dio. Il problema è che per farci stare tutto questo e tanto altro in nove puntate da mezz’oretta scarsa è necessario sacrificare idee interessanti che restano lì, sviluppate molto sotto il loro potenziale, al punto che talvolta sembrano buttate lì senza un criterio vero e proprio. Danger, per esempio, diventa un nemico estemporaneo che soffre del poco spazio concessole mentre X-Corp diventa un’operazione solamente estetica che esprime meno di una frazione di quel che potrebbe e dovrebbe. Per una terza stagione da poco confermata, il cliffhanger c’è nel caso lo si voglia sfruttare, sarà l’occasione di portare a compimento tutto ciò che non ha avuto lo spazio necessario nel corso di questa seconda stagione di X-Men ’97, a patto di non mettere di nuovo troppa carne al fuoco.