Portrait de jeune homme: nome proprio Ari, 27 anni sparsi per le strade di Lione: lo si direbbe un poco adatto, in realtà è la versione malinconica della Jeune femme con cui Léonor Serraille aveva esordito in onor di Caméra d’Or a Cannes 2017 – bella opera prima (in Italia uscita come Montparnasse – Femminile singolare), tutta energia cinetica e cinematografica instillata nel corpo della protagonista, Laetitia Dosch. Ari, che troviamo come una perla nel Concorso di Berlino75, è l’affondo introflesso in chiave maschile di quel ritratto femminile tutto pepe e ansia di non farcela con cui la regista aveva esordito otto anni fa… Il panico da sconfitta, in realtà, è lo stesso che anima Ari, solo che il ragazzo lo socializza in paura e incomprensione, sprofondando in una quieta prostrazione che fa una certa tenerezza. L’incipit è tanto straziante quanto divertente, scritto addosso a questo ragazzone alto, occhi chiari, viso smunto pronunciato dai lunghi capelli che gli cadono sulla schiena dalla fronte coperta dal berretto azzurro un po’ sdrucito… Ari sta sostenendo l’esame di apprendistato da maestro di scuola elementare e sta tra l’incudine della tutor che deve valutarlo e il martello di una schiera di bimbi scatenati e distratti, ai quali cerca di spiegare una poesia con argomenti decisamente poco adatti all’uditorio, fallendo ridicolmente…
Il padre, che l’ha cresciuto come una madre, lo rimbrotta cercando di adattarlo all’età adulta, l’esito è quello di lasciarlo un po’ allo sbando, in cerca di una sponda esistenziale tra amici del passato e del presente, con cui in qualche modo ha cercato di costruire una rete esistenziale basata un po’ su ricordi drammatici e un po’ su tradimenti affettivi. Attraversa le notti senza casa, un ricco amico, col quale litiga amorevolmente e selvaggiamente durante una festa, gli dà infine le chiavi della sua casa al mare, dove si rassetta con l’aiuto di un giovane giardiniere in cerca d’affetto. Infine trova la forza di fare i conti con il proprio passato: l’amore interrotto e rimosso sul filo di una paternità che gli faceva tanta paura… Qualcosa di più profondo di un’avventura, che era terminata nel momento esatto in cui la vita stava facendo di Ari un uomo. Ed è qui che il ritratto si trasforma in narrazione logica di una paura della vita che paralizza i corpi e rende fragili i sentimenti: nel cinema di Léonore Serraille la situazione è più o meno sempre questa, scritta su figure che si puntellano a vicenda e reggono con coraggio la reciproca fragilità. Lo avevamo visto anche nel notevole Due fratelli, in cui la regista costruiva un gioco di intensità quotidiana sulla capacità di una madre di tenere uniti i due figli di fronte alle intemperie del mondo che una famiglia di immigrati ivoriani doveva affrontare nella Francia degli anni ’80.
Nato dal confronto con gli studenti dell’Accademia d’Arte Drammatica di Parigi, Ari è un film che sfarina la fragilità delle emozioni del suo protagonista e osserva il pulviscolo nel controluce di un modo di filmare in prossimità, trovato non tanto nell’attesa del momento quanto nella flagranza dell’emozione che sorprende il set. Il lavoro di sponda col protagonista Andranic Manet è alla base della riuscita del film, cosa del resto abituale per una regista come la Serraille che da sempre ha dimostrato di saper costruire l’intensità dei suoi film sulla relazione dinamica e profonda con i suoi protagonisti. Qui in più c’è una dolcezza di scrittura, un languore nella porosità delle immagini (in pellicola) che crea una sponda dinamica con l’emotività pura di cui il film si nutre. Cinema di cuore e di struttura…