The Bikeriders di Jeff Nichols e il sentimento persistente della sconfitta

A distanza di qualche anno da una serie di eventi ai quali aveva partecipato in prima persona (sebbene con un ruolo marginale), un fotoreporter ripercorre l’epopea dei Vandals, compagnia di motociclisti dell’Illinois, nata negli anni ‘60 attorno al carisma ombroso del camionista Johnny (Tom Hardy). Il quale era stato a sua volta folgorato dalla visione (televisiva) de Il selvaggio, film diretto nel 1953 dal modesto poliglotta László Benedek e interpretato dall’iconico Marlon Brando degli albori, con un cattivissimo Lee Marvin quale spalla di lusso. In principio, il motore che alimenta la crescita esponenziale dei memri è la voglia di condividere la passione per le due ruote motorizzate (quelle meccaniche non hanno mai avuto troppa fortuna negli States), percorrere le strade americane con il vento nei capelli, e perlopiù strafarsi di birra, ad ogni modo rispettando un’improvvisata quanto indiscussa strutturazione gerarchica, nonché regole cavalleresche di grana grossa; ma dopo un po’ il sodalizio si allarga a dismisura, accettando filiali in altri stati senza che ci siano filtri per i nuovi ingressi, e allora fanno capolino violenza, sopraffazione, fiumi di droga e la legge della giungla (metropolitana), preludio all’inarrestabile trasformazione criminale che si compirà in seguito. Tanto che alcuni tra i migliori del gruppo non ci stanno più, mentre altri vanno incontro per inerzia al proprio destino.In The Bikeriders, fissando l’obiettivo su un manipolo di “cavalieri della motocicletta”di oltre mezzo secolo fa, lo sguardo di Jeff Nichols – che non rinuncia nemmeno stavolta al suo attore feticcio, il roccioso Michael Shannon, ritagliandogli un ruolo minore ma di grande impatto – è meno immaginifico che altrove, anche considerato che l’autore di Mud, Take Shelter e Midnight Special parte sempre da storie singolari, scritte in prima persona.

 

 

Ma lo spunto è in questo caso uno storico reportage fotografico, protrattosi nel corso di diverse sessioni e per alcuni anni, sul pionieristico club degli Outlaws MC, di stanza a Chicago nei prismatici Sixties: un riferimento storicamente puntuale, che induce il cineasta texano a circoscrivere il proprio campo d’azione. Di fatto, egli “sente” la materia e ha cercato per anni prima i capitali e poi l’approccio giusto per affrontarla, optando infine per uno stile al limite del cronachistico, impeccabile nel ricreare un’epoca perduta con il carico di illusioni che si porta appresso e con appiccicata la sensazione (amplificata dalla narrazione a pendolo) del tempo che fugge; partecipe, anche, e dolente, nel mettere a fuoco personaggi (quasi) da tragedia greca; addirittura stoico nel voler assegnare grandezza, afflato epico, a figure che in realtà hanno poco (o nulla) di eroico, borderline e marginali impegnati a cercare di dare un senso al proprio agire, non sempre riuscendoci. Il risultato è ineccepibile sul piano formale, ma non trasmette le emozioni che probabilmente vorrebbe, se non un sentimento aggressivo e persistente di sconfitta, connesso all’inadeguatezza dei protagonisti a leggere le situazioni e provare a incidere su di esse con cognizione di causa.

 

 

A maggior ragione se il pubblico è quello italiano, estraneo a certa mistica collettiva dell’on the road, quantomeno come concepita dalle sterminate bande americane, a noi note soprattutto attraverso la mediazione della settima arte (come nel caso del polveroso cult-movie che lo stesso Brando, nella sua autobiografia, bollava come ampiamente sopravvalutato), cronaca nera e letteratura. Austin Butler e Jodie Comer – il ribelle indomito (oltre che un po’ insulso) e la donna con la testa sulle spalle che se innamora (chissà perché) – ci provano a dare una marcia in più a una vicenda alla quale Hardy conferisce brutale solennità, ma anche immobilismo; eppure, fatta la tara dell’indubbio mestiere registico e dell’ambientazione convincente, non resta molto su cui ragionare: tutto sembra risolversi nel racconto, senza necessità di un’elaborazione successiva.
Per inossidabili cultori della (comunque bella) equivalenza moto=libertà.