Breve ma efficace: La Fame, il nuovo horror a fumetti di Frascaro, Cotrona e Perrone

Dorothy è una donna sola, con la figlia Becky a carico. La situazione, nel 1971 in New Mexico, non è certo delle più semplici. Lo è ancor meno considerando che la bambina è affetta da una fame che sembra non aver fondo un appetito implacabile che sembra poter essere colmato solamente in un modo, di certo non accettabile dalla società. E siccome le disgrazie non arrivano da sole, al fatto che a scuola i professori cominciano ad accorgersi di questa fame tanto anomala per una bimba, si aggiunge un assassino misterioso dall’aria insospettabile che bazzica i bassifondi in cerca di vittime, evidenziando un legame tutto particolare con Becky. La Fame, uscito per Ottocervo, marchio editoriale fumettistico che fa capo ad Antonio Mandese Editore, è la classica short story horror che, se fosse scritta in prosa, troverebbe la sua perfetta collocazione in una di quelle classiche antologie belle spesse da leggere sotto l’ombrellone che per tante estati hanno fatto furore tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Il racconto di Frascaro, Cotrona e Perrone è solido e spartano senza per questo risultare freddo oppure eccessivamente essenziale. La narrazione è lineare e va dritta al punto concentrando in un numero relativamente ridotto di pagine una narrazione compiuta e potente, con un ritmo da page turner non troppo tirato ma bello fluido. La tradizione è quella del racconto dell’orrore all’americana costruiti su un o più plot twist e una morale che va a chiudere la storia con una forma di contrappasso, struttura che richiama i classici del genere a fumetti stile EC Comics, rivisti con un occhio che bilancia uno storytelling contemporaneo con un gusto vintage che trasmette un senso di malinconia adatto all’ambientazione di La Fame.

 

 

Di una sensibilità tanto moderna giova soprattutto la componente visuale del fumetto che, sia per il segno grafico sia per le scelte cromatiche, gode di una leggerezza e di una fruibilità che non sempre i classici del fumetto horror americano riuscivano ad avere per via di tavole a volte troppo pesanti e ingombre. Spariscono anche le componenti più didascaliche, le morali spiattellate o le cornici à la Zio Tibia che andavano ad alleggerire un’atmosfera che, nella fattispecie di La Fame, non ne ha alcun bisogno sia perché i tempi e il pubblico sono cambiati, sia perché l’horror qui raccontato non è in nessun modo eccessivo o compiaciuto nel proprio essere urtante. Nella vicenda di Dorothy e Becky viene mostrato quanto basta al momento giusto pur senza nessuna volontà censoria. La violenza c’è e si vede quando serve. Funzionano, nella loro semplicità, anche i personaggi, caratterizzati con motivazioni chiare e credibili e un pragmatismo ricco di risvolti cinici che li accomuna un po’ tutti. La Fame è un buon lavoro costruito su un soggetto solido e versatile, tranquillamente adattabile come lungometraggio o serie TV, la cui pecca più grande è forse un’eccessiva sintesi laddove si poteva tranquillamente dilatare un po’ la narrazione in quanto spazio senza dubbio ce n’era, per quanto anche così il fumetto funzioni bene.