Tra l’eden e la vita: Banel & Adama di Ramata-Toulaye Sy

Una grande storia d’amore tragico, ma anche una parabola sul dialogo tra vita e morte. Per Banel & Adama, i protagonisti dell’opera prima di Ramata-Toulaye Sy in Concorso a Cannes76, l’amore è una questione esclusiva, una lotta per affermare se stessi come coppia dinnanzi ai doveri imposti della comunità cui appartengono. Da una parte c’è Banel, poco più di una adolescente eppure già vedova dell’uomo che il villaggio le aveva destinato come marito, e per questo andata finalmente in sposa a Adama, che ha sempre amato e che ora è suo. Il ragazzo è destinato ad essere il capo della comunità, ma ha rinunciato al privilegio perché la sua intenzione è quella di andare a vivere assieme a Banel nella casa ai margini del deserto che sta dissotterrando. La loro determinazione è il frutto di un sogno di unità che la coppia nutre con spirito identitario assoluto, non c’è via alternativa soprattutto per Banel che insiste sul suo progetto anche quando Adama si guarda attorno e decide di accettare ciò che il consiglio del villaggio gli chiede: essere capo e porre fine alla maledizione che grava sulla comunità, annientata dalla siccità, dalla carestia, dalla morte misteriosa di tutte le vacche. Ramata-Toulaye Sy costruisce questo suo film d’esordio, frutto dei suoi studi a La Fémis, come un percorso sospeso tra mito e tragedia, venato di una dimensione quasi orrorifica, in cui il senso del male e della morte diventa quasi una minaccia tangibile, concreta, che grava sul villaggio e promana dalla casa sepolta nel deserto, in cui i due innamorati sognano di vivere.

 

 

Al di là della classica narrazione di una storia d’amore contrastato, il film infatti si costruisce attorno all’opposizione tra accettare il mondo o aspirare all’eden: la lotta tra la perfezione della separatezza, cui ambisce Banel nella sua irrazionale e passionale unione con Adama, e l’accettazione della vita come assunzione delle responsabilità dinnanzi alla comunità. La parabola trascrive anche la dimensione dell’infanzia in quella dell’età adulta, il superamento di quel criterio di compiutezza separata dal mondo che è alla base della crescita. La centralità di Banel, come motore del dramma, è del resto funzionale proprio alla definizione di una scena psicologica puntata sul rapporto esclusivo con se stessi: la forza dell’amore di Banel corrisponde alla necessità di trovare una via indipendente rispetto alle tradizioni e alla comunità. Ma si traduce anche in un rifiuto delle responsabilità, in un allontanamento dalla via maestra della vita. Costruito con un ritmo ipnotico, sospeso sulla ritualità quotidiana del villaggio, il film di Ramata-Toulaye Sy è dotato di potenza drammatica e fascino misterioso, che del resto non mancano di risonanze in relazione alle sirene della migrazione forzata verso un eden che è in realtà una stanza vuota.