Anziché polarizzare il discorso e porre buoni contro cattivi, Pluribus, la serie ideata da Vincent Gilligan e diffusa da AppleTV, sembra rincorrere un’idea di bene, riconoscibile e afferrabile dalla protagonista Carol (Rea Seehorn), nonostante un grumo importante di insidie e ostacoli, tentazioni e fallimenti, sfumature e zone d’ombra confonda la sua percezione del reale. L’iter di Carol, diverso e speculare da quello di Manousos Oviedo (Carlos Manuel Vesga), un altro personaggio decisivo per lo sviluppo della vicenda che segue altri binari e prospettive ma motivato dallo stesso fine, la conduce di fronte a una scelta di fondamentale importanza per la sua sopravvivenza e per quella del mondo intero, trasfigurandola da vittima, ingiustamente travolta da un evento di straordinaria incomprensibilità, a eroe forte di un coraggio che le permette di vedere, forse per la prima volta, la possibilità di un’alternativa credibile e praticabile. Così, senza eludere il mistero, [SPOILER] si chiude la prima stagione di Pluribus, offrendo allo spettatore la consapevolezza che la scelta di Carol sia quella giusta per evitare la diffusione del virus alieno e non smarrire la propria umanità, pur non disponendo di tutte le risposte. È una presa di coscienza priva di quella autentica xeniteìa, lo “sradicamento”, che consiste nel partire per un luogo indefinito, senza sapere dove, per sperare di trovare la salvezza in un altrove. Evidentemente, Carol non è un’eroina tipica. Non compie il viaggio dell’eroe classico e che, in parte, scandiva la parabola dei personaggi dell’universo seriale di Gilligan, benché tratteggiati più come antieroi, perché Carol è risoluta, determinata, ruvida e antipatica ma ancorata ai propri valori, alla propria visione della vita e del mondo.

Per intendersi, Carol non raggiunge la verità allo stesso modo di Truman, il ribelle che si liberava dalle catene mediatiche riuscendo a prendersi gioco di tutti, imbarcandosi verso orizzonti indefiniti e andando a sbattere contro la “fine del mondo”, riuscendo così a fare i conti con il creatore della sua verità. Rapito e annullato nella propria soggettività da qualcosa che rappresentava la sua fine e il suo fine, Truman faceva proprio il suo necessario moto interiore e si spingeva altrove e oltre. La scritta (in latino Unus pro omnibus, omnes pro uno) sugli archi di Seaheaven Island che si intravede nella prima parte del film offriva allo spettatore un duplice indizio per comprenderne il senso in anticipo, prima che tutto potesse svelarsi in maniera definitiva: la prima opportunità in cui lo spettatore potesse letteralmente leggere tra le righe e cogliere frammenti di un discorso volto a narrare la fitta trama che teneva imbrigliato l’uomo della caverna platoniana, unico essere umano inconsapevole di essere visto dal mondo intero e ignaro del mondo là fuori. Era Truman il centro di un mondo che gli ruotava intorno, riconoscendolo punto di riferimento e di osservazione, misura di tutto e del Tutto. Per analogia, Carol diventa misura del tutto ma seguendo un’altra via. Infatti si potrebbe guardare Pluribus pervasi dall’idea che possa essere riconoscibile un dato visibile pronto per essere fissato, catturato e posseduto, convinti che cercando indizi dentro le immagini, scovando una verità più alta, una regia dietro le cose, un ordine che conferisca senso, si possa realmente oltrepassare la soglia dell’invisibile.

Pluribus ha il rigore di un certo immaginario fantascientifico e apocalittico (delinea il percorso al contrario di Incontri ravvicinati del terzo tipo) e la premessa della serie si fonda su uno spunto semplice: un’entità invisibile (un virus proveniente da altrove) ha contagiato gli abitanti della Terra facendoli fondere in un’unica, gigantesca mente alveare, chiamata “Altri”. I rimandi a Contact, a Lost ma anche alla più recente trilogia di Jordan Peele (Get out, Us, Nope) sono piuttosto evidenti, senza mai risultare ridondanti; l’umanità viene così immersa in una condizione armonica, in un apparente stato di pace, fatta eccezione per tredici individui, sparsi in tutto il mondo, che sono immuni all’entità aliena (virus?) e quindi rimangono disuniti. Carol Sturka, a suo modo un supereroe diverso, è una di queste creature immuni, autrice di romanzi rosa di Albuquerque che rifiuta violentemente l’utopia imposta dall’alveare intraprendendo una missione per invertire questo processo di unificazione che sembra irreversibile. Se da una parte gli Altri, con fare servile, si comportano con gentilezza e cortesia nei confronti dei non-uniti, dall’altra il loro obiettivo è trovare un modo per superare la loro immunità e integrarli nella mente universale. L’immagine dell’alveare, oltrepassa quella dell’occhio che caratterizzava The Truman Show di Peter Weir (non solo le telecamere occhio ma anche la stessa isola-set aveva la forma di occhio) perché rimanda ad un’idea ancora più profonda di controllo e dominio, ordine e purezza, vigilanza e operosità. Simbolo di saggezza e protezione, l’alveare è il luogo in cui l’ape trasforma la fatica in qualcosa di più grande e dolce che diventa nettare di vita. Non a caso, l’alveare era l’immagine utilizzata da Hedwig Hoss (Sandra Huller) per spiegare alla propria madre in visita il lavoro del marito ne La zona di interesse: «siamo tutti piccole api operaie». Come scritto da Kim Witten su Medium, è l’inettitudine sociale a sconvolgere poiché genera «un inferno frustrante mentre immaginiamo cosa faremmo – cosa chiederemmo – se fossimo come Carol, navigando da soli in questa valle perturbante. L’imbarazzo sociale non è poi così diverso dal parlare con un robot dotato di intelligenza artificiale. Solo che le nostre aspettative sono inferiori; sappiamo che è una macchina».

Pluribus è costruito intorno ad un’idea di fede forte (nell’uomo, nell’altro, nella verità) che risulta decisiva per comprendere il rapporto da instaurare con lo spettatore, convocato a domandarsi anzitutto il significato del suo titolo. Ancor prima di collocarla dentro un genere, quindi, o di cercare di addentrarsi nei suoi snodi narrativi, chi guarda lo show si domanda chi siano questi soggetti umani che a loro volta, guardano Carol: come guardano, se vedono tutto? Le azioni compiute da questa intelligenza aliena invisibile, inoltre, dove conducono? E poi, come è possibile che un’unica mente collettiva desideri la fine del nostro mondo e della nostra civiltà perpetrando un progetto di felicità condivisa?
Interrogativi che appartengono all’universo (televisivo?) di Gilligan (composto non solo da Breaking Bad e Better Call Saul ma anche da Battle Creek e dalla lunga esperienza maturata con X-Files) che ha sempre collocato al centro di un set-mondo soggetti esposti al rischio dell’assurdo, sconvolti dalla possibilità che esistesse una prospettiva diversa dalla propria, non necessariamente migliore, attratti da incognite e deviazioni che conducono alla trasformazione della propria identità. Offriva risposte analoghe pure l’episodio Sunshine days (il diciottesimo della nona stagione di X-Files) mentre creava e celebrava la sovrapposizione del mondo reale con quello della finzione della famiglia Brady, una possibilità di confronto con un’abilità psichica aliena, disorientante e labirintica, capace di indirizzare verso uno sguardo disfunzionale e ossessivo, incline al dominio. E intorno al potere persuasivo della mente ruotava anche l’epica di Walter White e Jimmy McGill: affabulatori, bugiardi, trasformisti a conferma del fatto che i sistemi narrativi ideati da Gilligan si espongono sempre al duello tra opposti, cifra di un’inconciliabilità ma anche elemento-cerniera che apre ad un mondo sommerso e definisce un’immagine di umanità trasfigurata tanto dall’ambiguità dei dualismi interiori dei personaggi, aspetto reso sul piano formale con razionale e ossessiva precisione (mdp nascosta, oggetti doppi, spezzati, tagliati, immagini riflesse se non divise e frantumate), quanto dai dilemmi etici su Legge, Giustizia, Amore, Male.

Pluribus si spezza e si ricompone, respira e si muove anche grazie alla presenza di Rhea Seehorn che, come in Better Call Saul, col suo fascino conferisce al tutto una compiutezza e un’intensità persistente, mai priva di ombre e chiaroscuri, mai prevedibile e allineata, sempre emanatrice di moti armonici e strappi improvvisi, dolcezza e ruvidezza. Carol rifiuta di unirsi non in nome di un individualismo sfacciato o in virtù di una singolarità estrema ma per amore di una prossimità perduta. Per dirla con G. K. Chesterton, visto che Pluribus è una serie a suo modo religiosa: «Tutte le filosofie moderne sono catene che uniscono e incatenano; il cristianesimo è una spada che separa e libera. Nessun’altra filosofia fa sì che Dio si rallegri realmente della separazione dell’universo in anime viventi». Seguendo questa scia, il filosofo Slavoj Žižek, su E-flux sottolinea: «Nella nostra cultura pop-scientifica, “la Singolarità” si riferisce all’idea che, condividendo direttamente i nostri pensieri e le nostre esperienze tramite la tecnologia – una macchina che legge i miei processi mentali può anche trasporli ad altre menti – creeremo un dominio di esperienza mentale globale condivisa, che funzionerà come una nuova forma di divinità. I miei pensieri saranno immersi direttamente nel Pensiero globale dell’universo stesso. Da questo punto di vista, Pluribus potrebbe essere definito come un tentativo di rappresentare una Singolarità fallita, una Singolarità che si aggrappa disperatamente alle sue eccezioni, a coloro che resistono alla sua presa». La serie di Gilligan scruta l’uomo nella sua complessità drammatica: da individuo parte di una moltitudine, si scopre persona incline sempre di più ad un’apertura verso scenari di solidarietà, condivisione, felicità.

Ecco, la parola chiave della serie è proprio felicità: quale forma assume in Pluribus? In un mondo senza invidia e rivalità, di che cosa si tratta? Cosa resta della frustrazione e dell’insoddisfazione procurate dalle elevate aspirazioni (certo, alimentate dal consumismo) e dal confronto posizionale con gli altri? Ma soprattutto, guardando a Breaking Bad e Better Call Saul, cosa resta della felicità senza il denaro (autocelebrando il tramonto o la sterilità dell’edonismo con il personaggio di Koumba Diabaté), autentico centro narrativo di quei due racconti? Paradossalmente, Pluribus considera la felicità umana qualcosa di diverso dal suo aspetto negativo, cioè come negazione dell’infelicità, e sembra esaltare un’idea di civiltà basata sulla gratuità, se è vero che la felicità, intesa come “fioritura umana”, ha bisogno di relazioni interpersonali genuine a loro volta bisognose di gratuità. Come scriveva Bruni in un bel saggio dal titolo “Per una economia capace di gratuità. A proposito di felicità e di beni relazionali”, «il prezzo di un progresso costruito e immaginato come sola crescita quantitativa di merci a scapito della gratuità diventerà un prezzo che nessuna società potrà e vorrà pagare, perché corrisponde al valore stesso della vita in comune, che è per definizione infinito. Il paradosso della felicità è paradosso di relazionalità genuina e, dunque, paradosso di gratuità». Un paradosso che Pluribus tenterà di sciogliere nella seconda stagione, forte della sua idea originaria: senza l’Altro il vivere non è più vivere.


