A distanza di quattro anni da Too Old To Die Young, NWR – Nicolas Winding Refn – torna a girare una serie, Copenhagen Cowboy, questa volta in sei episodi, cambiando piattaforma e passando da Amazon a Netflix. Ritorna inoltre a girare in Danimarca, sua terra natale, dove non lavorava dai tempi di Pusher (1996 – 2005). Difficilmente possiamo parlare di trama in senso stretto nel caso di questa onirica narrazione, piuttosto di personaggi e atmosfere: Miu (Angela Bundalovic) è un’eroina in tuta blu che con un soffio può donare la vita, un “portafortuna vivente” con poteri soprannaturali che la rendono un bene prezioso per il mondo criminale danese. Passa da un mostro all’altro, da una mafiosa che desidera rimanere incinta a un pornografo violento, da un gangster asiatico che soffre di emicrania a una famiglia di psicopatici ariani dal DNA vampiresco: li fronteggia con austerità glaciale, condensando in brividi tascabili lo scontro epocale tra Bene e Male. La dimensione fiabesca risulta evidente quale riferimento per il regista: specchi, case e castelli nei boschi, maiali e umani che grugniscono come suini, orchi-gangster che rapiscono bambini, cacciatori che strappano cuori dal petto delle vittime per donarli come nutrimento a una strega maligna.

 

 

Per il poeta dei neon questa produzione rappresenta una congiuntura cruciale su più fronti. Con una fiducia instancabile nel suo stile e nei suoi temi preferiti, Refn ci regala lampi di bellezza spaventosamente intensa, dimostrando come la dimensione seriale gli permetta di sviluppare ritmi narrativi a lui più congeniali: se nel lungometraggio punteggia tratti di muto formalismo con frange di violenza sadica, svincolato da qualsiasi richiesta di concisione può permettersi di dilatare ogni puntata con infiniti intermezzi di telecamera a 360 gradi che ritraggono un corale cast di plastici individui impassibili, torsi cesellati e tatuati illuminati da luci viola che inciampano occasionalmente in attimi di trascendenza. La chiarezza e la forza della visione di NWR risultano polarizzanti e indiscutibilmente singolari.

 

 

C’è tutto il Refn che conosciamo e amiamo in Copenhagen Cowboy: neon saturi, fight club clandestini, prostituzione, droga, feticismo per la violenza, la colonna sonora di Cliff Martinez che declina alla perfezione atmosfere cupe e malate, pennellate di soprannaturale e, naturalmente, un protagonista silenzioso che attraversa imperturbabile un mondo irrimediabilmente perturbante. La somiglianza spirituale di Miu con altri personaggi di Refn è ovvia e non casuale. Lo stesso regista l’ha descritta come “l’evoluzione femminile” del personaggio dell’angelo vendicatore interpretato da Ryan Gosling in Drive (2011) e da Vithaya Pansringharm in Only God Forgives (2013). Bundalovic indossa abilmente il costume da supereroe infondendo all’immobilità di Miu una sicurezza quasi ultraterrena. In un universo popolato da figure femminili stereotipate, definite dalla loro sessualità o dalla loro maternità o da entrambe, e da figure maschili ugualmente stereotipate, brute, assetate di sangue e di potere, la fisicità androgina, quasi infantile, di Miu si erge a necessaria e potente anomalia. Alice nel paese delle meraviglie incontra Kill Bill nei boschi della Danimarca.

 

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