Crudeltà e innocenza: a Rotterdam55 Roid del bengalese Mejbaur Rahman Sumon

C’è una forza infantile che unisce Sadhu e la sua giovane sposa, di cui l’uomo non ricorda nemmeno il nome. Del resto il proprio nome non lo ricorda nemmeno lei stessa, bella e semplice nella sua semplicità mentale, che la porta a gioire di ogni cosa come fosse una bambina. L’uomo, che che vive ai margini di un villaggio allevando capre e pesci per il signore locale, l’ha presa in sposa da una famiglia dei paraggi per colmare la sua solitudine e la sua timidezza, ma ben presto si rende conto di ciò che ha fatto e cerca di porre rimedio con la crudeltà e l’innocenza che la sua semplicità d’animo gli consente.. Il dramma infelice e arcaico di questa unione è la parabola sulla quale il regista bengalese Mejbaur Rahman Sumon ha costruito Roid, la sua opera seconda, a Rotterdam55 nella Tiger Competition. Tono placido, governato da un ritmo della natura che dialoga con l’immediatezza sentimentale dei protagonisti, più portati a rispondere empaticamente alle pulsioni offerte dalla natura che alle ragioni dei propri sentimenti, che evidente risultano estranei.

 

 
Il tempo vago di un mondo arcaico, in cui le relazioni di potere sono governate più dal sacro timore patriarcale e tribale che dal rispetto per il valore della vita, sospende il giudizio sulle azioni compiute dal mite e nonostante tutto spietato Sadhu, alle prese con una donna che invece risponde più alla chiamata dei ritmi naturali che a quella delle regole dell’uomo. Sopraffatto dall’incapacità di contenere la libertà assoluta della donna, lo sposo pensa bene di liberarsi di lei, abbandonandola due volte lontano da casa, sulla riva del fiume. Gesto dalle chiare risonanze bibliche, che infatti risponde alla chiamata rifondativa dell’umanità di un uomo destinato a scoprire il senso di colpa e di una donna che continuerà a ritornare nel segno della vita.

 

 
Mejbaur Rahman Sumon insiste limpidamente sulla scelta di trattenere il giudizio sui suoi personaggi, guardandoli come fossero uno Zampanò e una Gelsomina persi in un Eden distante da dio. Non c’è crudeltà, non c’è rancore, non c’è sentimento di colpevolezza da opporre alle azioni di Sadhu e della sua donna, resta soprattutto il senso di appartenenza reciproca di due figure che stanno imparando a conoscere il senso magnifico e terribile dell’umanità. Roid ha la capacità delle parabole di incantare in maniera immediata e trova il ritmo quieto e vagamente ipnotico di una affabulazione arcaica, in cui le risonanze simboliche assumono una pregnanza concreta e immediata.