Oscar è un poeta, ma di poetico nella sua vita c’è ben poco. Non è un intellettuale stracco e men che meno disilluso, non è il figlio colto di una borghesia sazia, non è un militante politico in cerca di redenzione sociale e nemmeno un romantico che si consuma nei suoi sentimenti. Oscar è un uomo di mezza età senza grandi qualità, nemmeno liriche va detto…: vive a Medellin nella casa della anziana madre, la quale ogni giorno si interroga preoccupata sul futuro di quel figlio che beve troppo e insiste nella sua idea della poesia anche quando, grazie alla raccomandazione della sorella, viene chiamato a insegnare a scuola e finisce per mettersi nei guai. Oscar è un poeta e Un poeta è Oscar: Simón Mesa Soto non fa differenza tra il suo film e il personaggio che racconta, ogni scena è retta dal medesimo sgangherato disequilibrio che governa le azioni e le reazioni di questo piccolo uomo sghembo, la cui figura vagamente surreale corrisponde alla presenza scenica del suo interprete, Ubeimar Rios, non attore sul quale il personaggio di Oscar si è praticamente modellato. In realtà tutto il film è uno spazio strambo, Simón Mesa Soto lo affida a una metrica inesistente, imprevedibile nella sua disfunzionalità espressiva, che sta tra un realismo incartato nel grottesco e inattese accensioni surreali, che però finiscono per precipitare le situazioni e i personaggi nella loro realtà.

C’è quasi un approccio disadattato, sintatticamente improprio eppure chiaramente coerente con l’inclassificabile universo in cui si muovono i personaggi: la miseria della vita richiederebbe realismo, ma il film, esattamente come Oscar, cerca un approccio che eccede la verità. Girato in 16mm, tra accelerazioni e ripensamenti visivi, con incertezze dello sguardo che corrispondono alla distanza che separa le azioni dei personaggi dai loro risultati. Del resto se il film è Oscar, Oscar non è certo una persona che sembra capire davvero le cose della vita reale, e allora tutto torna, sia stilisticamente che narrativamente. Quando entra in aula, questo piccolo uomo sghembo straparla di poesia con ragazzi che seguono piuttosto la ritmica hip hop, e quando nota Yurlady, che sfoga i suoi sentimenti su un quaderno pieno di disegni e pensieri, sì convince che quella ragazzina di umile famiglia ha un talento innato. La porta così nel Circolo della poesia che ha creato con alcuni suoi amici e colleghi professori e la spinge a partecipare al locale concorso di poesia, viatico per quella fama nazionale che lui, con i suoi miseri versi, non ha mai raggiunto.

Ma la competizione, il premio, il sogno sono lo spazio estraneo in cui Yurlady si perde e, durante la cerimonia, la ragazzina si ritrova ubriaca, riportata a casa da Oscar in una scena grottesca che rasenta lo slapstick. Il seguito sono guai per il professore, accusato di molestie e ricattato dalla famiglia e dalla sua stessa scuola… La madre, la sorella, il preside e i colleghi professori gli danno addosso, ma a Oscar quello che preme è solo il giudizio della figlia che vive con la madre e con la quale sta cercando di ricostruire un rapporto. Solo Yurlady però sembra comprenderlo, anche se capisce anche di aver interpretato per Oscar quel sogno di successo che lui non ha mai raggiunto. Se l’epilogo è dolce, quel che c’è di mezzo è una riflessione fuori norma sul posto della poesia nella vita reale. Con un cambio di registro netto rispetto a Leidi, il corto con cui vinse la Palma d’Oro a Cannes 2014, e Amparo, che fu premiato alla Semaine de la Critique 2021, Simón Mesa Soto trova con Un poeta (Premio della Giuria al Certain Regard di Cannes 2025) uno spazio espressivo che probabilmente sarebbe piaciuto a Marco Ferreri, capace di dire in versi la verità di un personaggio inadatto alla realtà, eppure coerente con il luogo fisico e mentale dei sentimenti.


