L’origine dichiarata è la storia della zampa di scimmia da La paura fa novanta II dei Simpson, ma si potrebbe tornare indietro al fumetto Loved to Death nella collana EC dei Tales From the Crypt, senza dimenticare certi esempi del cinema fantastico anni Ottanta, dai Gremlins a Big di Penny Marshall. Di certo, esprimere un desiderio, quando ci si trova nei territori del fantasy e dell’horror non è mai cosa buona. Se ne rende conto Bear, il protagonista di questo Obsession, quando trova in un negozio di oggettistica un bastoncino dei desideri e, seppur poco convinto, lo usa per far innamorare di sé l’amata Nikki, cui non è mai stato capace di dichiararsi. Il miracolo si compie, ma qualcosa sembra andare storto, con la ragazza che manifesta ben presto segni di possessione e manie folli…Uno spunto classico e in sé semplice, dunque, ma che ha finito per attirare le attenzioni della Blumhouse, da sempre pronta a valorizzare non solo le produzioni a basso budget, ma anche le opere capaci di massimizzare le premesse più immediatamente percepibili dal grande pubblico (basti pensare a titoli come Obbligo o verità). A questo si unisce il peculiare percorso di Curry Barker, regista indipendente dell’Alabama, che si era già fatto notare su YouTube con il fortunato corto The Chair.

L’intuizione più valida del film sta nella sua volontà di modulare lo spunto fantastico sulle dinamiche di coppia: l’avverarsi del desiderio di Bear e i guai che da esso derivano, diventano così una riflessione sui comportamenti di coppia e sul farsi (e disfarsi) di una relazione sentimentale. Sin dalla scena iniziale, in cui il ragazzo “prova” la sua dichiarazione innescando un gioco di specchi con le percezioni dello spettatore, il film sottolinea il senso “spettacolare” della ritualità che soggiace a ogni corteggiamento e inizio di una storia, attraverso le singole tappe: la già citata dichiarazione, cui segue il regalo per fare colpo, il cercare l’occasione solitaria per esprimere il proprio amore allontanando gli amici e via citando. Tutto è poi destinato a degenerare, una volta compiuto l’incantesimo, in un rapporto conflittuale in cui spiccano senso smodato del possesso e un’autentica dinamica della prigionia cui entrambi finiscono per soggiacere. Bear infatti ignora tutti i segnali di pericolo generati dalla magia e dalla situazione che si è venuta a creare, è terrorizzato dai comportamenti della “nuova” Nikki, ma non cerca mai realmente di disfare quanto ha realizzato perché resta comunque ossessionato dai suoi sentimenti per la ragazza, alla quale rimprovera soltanto i comportamenti fuori dall’ordinario. Resta perciò un modello maschile dominante e manipolatore, pur nella subalternità rispetto al desiderio violento della compagna. Lei, dal canto suo, è feroce e possessiva, ma al contempo prigioniera del potere sprigionato dal sortilegio, che l’ha letteralmente incatenata in un corpo governato dall’entità che guida le sue azioni, salvo rarissimi momenti di lucidità che arrivano a rompere la ritualità di coppia.

Su questa intelaiatura, Barker costruisce un meccanismo horror di buona efficacia, in cui la dinamica di coppia diventa pretesto per scene terrorizzanti, causate non solo dal ribaltamento dell’amore in violenza, quanto dallo svuotamento di presenza di Nikki, che si fa icona fantasmatica simile agli yurei, gli spiriti del rancore del folklore giapponese (notevole in questo senso la performance di Inde Navarrette). Valga su tutte la prima scena notturna, costruita in rapporto allo spazio della camera da letto che si trasforma in ricettacolo di angoli oscuri, ombre e sbalzi sonori, dominata da una presenza-assenza che è dentro e fuori dal letto, centrale ma defilata nel vano della stanza. Tra effetti shock, esplosioni di violenza e attenzione al comparto audio, il film mette perciò in scena un armamentario basico ma efficace, in cui la “ritualità” dell’horror si riflette in quella della coppia, secondo un canovaccio consapevole del suo pubblico e che non nasconde un certo compiacimento in grado di evidenziare i limiti intrinseci dell’operazione. La dinamica del “meccanismo”, infatti, resta sempre un piano più in alto dei personaggi, li sovrasta e li manovra, riducendo la complessità dei loro sentimenti e il fattore umano in gioco a semplice voglia di stupire e prendere in contropiede lo spettatore, inficiando così le possibilità del racconto di farsi narrazione più profonda e stratificata. In questo senso, un film pure riuscito non abbandona mai la sensazione di essere anche un’operazione cinica che, al divertimento superficiale, accompagna un retrogusto amaro che persiste dopo la visione. Presentato in anteprima al Bif&st come film di apertura della nuova sezione Notti Horror.


