La Cina nel Tempo: a Berlino75 Living the Land, opera seconda di Huo Meng

L’approccio è caldo, corale e d’abbraccio: la scena rurale contempla il ciclo delle stagioni nelle stagioni della vita familiare. Quattro generazioni sul crinale degli anni ’90 nella Cina che si avvia decisamente all’industrializzazione forzata, ma ancora non conosce il dogma del turbocapitalismo. Living the Land (Sheng xi zhi di), dolce e sontuosa opera seconda di Huo Meng in Concorso a Berlino75, si proietta poco più di trent’anni indietro nella linea temporale della storia cinese, ma lo scarto tra l’arretratezza dello scenario rurale di quegli anni e l’improvvisa modernizzazione del tessuto sociale dei decenni successivi contribuisce a dare al film un afflato da grande narrazione popolare, un sentimento classico, sospeso tra tarda consapevolezza e ombreggiature nostalgiche, che noi occidentali siamo abituati ad applicare alle narrazioni datate inizio Novecento. Il tempo sospeso di una famiglia che vive raccolta nella propria terra, antichi rituali che la grande marcia del Presidente Mao ha sfiorato, esecuzioni sommarie di cui a inizio film si scoprono le fosse: i bambini si contendono i proiettili trovati nel fango, mentre gli adulti ricompongono le ossa nella bara che può finalmente essere riposta nella tomba di famiglia. L’anziana bisnonna Guilan, che tutto ha visto e vissuto, è lo spirito di una (r)esistenza segnata dalla pazienza e dalla lucidità dei suoi 91 anni. Dall’altra parte dell’albero genealogico c’è il piccolo Chuang, 10 anni, terzo figlio della famiglia, che sembra possedere un sentimento del tempo più acuto degli altri, sarà perché è il narratore e, in quanto tale, è condannato al futuro. Huo Meng lascia che gli elementi del tempo emergano silenziosi: un trattore appare a dissodare la terra, i funzionari di partito che contingentano le nascite, la pazienza dei vecchi che restano e l’impazienza dei giovani che vanno in città a cercare lavoro in fabbrica. Nel villaggio si raccoglie il grano con le mani e si dorme nei campi per salvarlo dalla pioggia improvvisa che rischia di devastare il raccolto. I soldi non bastano, la giovane zia di Chuang è segretamente innamorata del maestro di scuola che però viene trasferito e lei non può seguirlo, anche perché alla fine deve accettare di sposare il giovane figlio del locale funzionario…

 

 

Al funerale dell’inizio, che mette insieme finalmente i resti della famiglia, si succede il matrimonio e poi ancora un dramma, che coinvolge il fratello ritardato di Chuang mentre nei campi si cerca il petrolio aprendo pozzi con la dinamite… Infine l’ultimo funerale, quello più a lungo rimandato, che consegna alla terra non le ossa ma le ceneri della bisnonna: leggi sempre nuove, sempre nuove imposizioni a tradire lunghe e ataviche tradizioni… Il progresso avanza e arretra il senso di unione di questa gente che perde le coordinate delle abitudini e resiste a stento al proprio infinito. Living the Land ha un sentimento del tempo alla Hou Hsiao-Hsien, ma trova anche una sontuosità rurale degna del miglior Zhang Yimou: Huo Meng lascia dialogare le albe e i crepuscoli, cerca lo spazio adatto alla sensibilità di ognuno dei personaggi, facendo emergere il coming of age di Chuang, ma osservando in profondità anche il lungo addio di nonna Guilan, mentre stinge il melodramma nella dolcezza della giovane zia e anche nel tardo matrimonio dello zio scapolo. Le mutazioni vibrano in sequenze che Huo Meng enfatizza con gesto plastico, lievi divaricazioni di una messa in scena che altrimenti ha l’ampiezza e la serenità del classicismo e la forza di una maturità che non nasce solo dallo studio.