La ricerca delle verità tradite in Domenica Capitale – Genere domenicale, di Giovanna Giuliani

Sono già sette giorni che aspetti la festa per stare più a letto al mattino
(…)
E del giorno ti resta il vestito da festa e una noia che è amica con te
Da Le belle domeniche, di Francesco Guccini

 
È nella estenuante attesa del Godot beckettiano che si consuma l’esuberante visione della domenica, in quell’approdo settimanale che, ricco di aspettative, si risolve nella breve incandescenza di una illusione che passa, per poi tornare sotto le identiche illusorie vesti, facendoci desiderare di nuovo un lunedì che non arriva mai. Ma Giovanna Giuliani nel suo film ricco di suggestioni e quasi realizzato in quel confine tra umanità quasi marginale e sfuggente senso di abbandono all’istinto che si fa materia viva, corpo letterario e oggetto visivo, non si serve della domenica solo per imbastire un ordito quasi gozzaniano alla maniera del citato cantautore, quanto invece la sua Domenica capitale diventa un esteso frame di riflessione sulle possibilità offerte da un giorno proverbialmente senza lavoro per le due sue protagoniste che, però, lavorano anche di domenica. Fabrizia Di Stefano dis-funzionaria del Comune di Roma e la logopedista Mariagrazia Masini sono le volontarie protagoniste di questa fluviale riflessione domenicale in quel lavoro di ricomposizione di una possibile creazione che nasca da un caos proficuo in cui entrano a far parte Beckett e Straub e Huillet, Lenin e la cultura politica, la parola come forma ineludibile di comunicazione, quella stessa parola che, viva e vegeta, emerge dai fogli stropicciati che sembra diventino le smarginature prolifiche del film, le nuove suggestioni non dette in quei mille discorsi che si consumano sul bar ai confini della strada sulla Gianicolense in compagnia di Michelangelo Frammartino, la poesia di Anna Pozzi e i suoi trattini poetici, lo sguardo volto ad osservare da prospettive insolite i luoghi di una evocazione che sgomenta per quanto evochi una solitudine appena percepibile.

 

 
Un complesso e amabile lavoro quello di Giovanna Giuliani, regista e speleologa, collaboratrice di Frammartino e Straub e Huillet, in quella linea d’ombra del cinema che sa farsi forza evocativa necessaria per mostrare quanto si perda di quell’inosservato quotidiano se l’occhio del cinema non fosse in grado di catturare un al di là invisibile che trova sedimentazione dentro le parole della scrittura del film: Questa possibilità di uscire da questa gabbia che è la realtà, proprio perché c’è il soggetto che la guarda no… Questa cosa del cinema mi è sempre sembrata una grande possibilità di sfuggire dal tuo modo di guardare le cose, dall’egolatria. Giuliani persegue questa forma senza forme, di un Corpo senza qualità, il titolo del libro di Fabrizia, che si adatta al cinema che non vuole catalogazioni della regista, in un cortocircuito che trasforma il rifiuto in accettazione di una forma che comunque sia finisce per definire anche questo film senza qualità, dove si agita un folletto verde che è un Cappuccetto vuoto o un Cappuccetto rotto uscito da una fiaba inesistente. È dunque vero quanto ci dice il press-book che si tratta di un film che attraversa il confine tra documentario, autoritratto, memoria politica e ascolto, nel quale la traccia politica, pur così evidente sembra quasi lavorare in silenzio in sottofondo.

 

 
È questo il senso, fortemente politico, della domenica improduttiva, del lavoro che sfugge alla stessa concezione di pienezza della vita che si riempie invece delle parole e dei concetti degli autori amati da Fabrizia, che rivela la sua sapienza, la sua capacità di raccontare e fare critica al presente attraverso le parole dei filosofi, dei pensatori, raccogliendo quella inevitabile disillusione di chi punta direttamente al fallimento dimostrando, come diceva Blanchot, la grande nostalgia della riuscita. Domenica Capitale – Genere domenicale, passato sugli schermi di Venezia83 nella misteriosa Sezione Notti Veneziane legata alle Giornate degli Autori, che non poche sorprese positive ha riservato, finisce con il diventare una di queste. Un cinema quasi istintivo, poco editato, poco lavorato, forse anche eccessivo nella sua durata con le sue sospensioni, il suo ritmo alternato, le sue cadenze personali, dentro un mondo che la regista lascia solo intravedere, un film forse, dirà qualcuno, troppo pieno di parole, verboso, incostante, ma tremendamente vero, un film sociale, socialista, umanamente forte, carico di solitudini e di piccole verità meditate. Un film da vedere e rivedere, cinema che rompe gli indugi e scende giù, speleologicamente per cercare verità tradite.