Versi per le strade di Luanda: a Ritterdam55 Meu Semba di Hugo Salvaterra

Scorre fluido come il musical che articola nel flusso lirico di immagini parole e note di cui si nutre: Meu semba è l’opera terza dell’angolano Hugo Salvaterra, presentata nella Tiger Competition di Rotterdam55, dopo esser transitato in forma di progetto per il Production Bridge della Biennale veneziana. Il ritmo è scandito sulle allitterazioni rap create dal suo protagonista, ma la tensione logica, espressiva e sentimentale sta tutta nella rima che il film cerca tra la città, Luanda, e i corpi che in essa si agitano: figure di contraddizione che nutrono il gioco retorico ampio e nettamente esposto del film, evidente sino al didascalico eppure sincero. Il protagonista è X, nero albino che si muove per le strade di Luanda esile nel suo vestito elegante e stazzonato, abituato ad esser discriminato per il colore troppo bianco della sua pelle. Verseggia di cuore – per sfogare i sentimenti di esclusione che nutre sin dall’infanzia – e di testa – per recriminare sulla miseria sociale conosciuta da giovane. Lui che è orfano e che ha trovato il suo equilibrio nell’opera di Padre Jonas, il sacerdote da cui è stato cresciuto, assieme a due fratelli di latte, Lelé e Maria: il primo porta addosso l’odore della strada e nella strada è destinato a mettersi nei guai, la seconda lavora in un hotel, faticando a tenere a bada le attenzioni del suo capo.

 

 
La triangolazione sentimentale che unisce questi fratelli d’orfanotrofio è lo schema su cui Hugo Salvaterra costruisce la sua riflessione sullo stato sociale, tra sfruttamento dei popoli, ingiustizie e sperequazioni: santa pazienza dei poveri e rabbia ribelle dei miseri. Su tutto, però, si articola potente la parola, che è quella di Dio professata nella Bibbia di Padre Jonas, ma è anche quella delle poesie e dei versi in rima di X. Meu Semba (dove “Semba” sta esattamente per poesia) è infatti un inno in musica dedicato alla liberazione dei versi nelle strade della città: cerca il musical tra balletti e brani musicali, tra slam di strada e contest televisivi, per mettere in forma agile il pensiero ribelle di un film che compete con la forza dei sentimenti e l’urto della rabbia. Tra il poetare che trova la rima a fine verso e il rap che lavora invece sulla rima nel mezzo c’è lo scarto – in realtà minimo – di un pensiero che si fa azione che crea libertà, quanto meno nel dire. La musica è forza sociale ribelle e il cinema più indipendente non ha mancato in questi anni di utilizzarla per raccontare scenari sociali problematici. Qui la forma è traslucida, agile, coinvolgente in maniera anche furba, sicuramente efficace, determinata e mossa da intenzioni concrete: se nell’insieme il film può anche sembrare più scaltro nella forma (ralenti, controluce, coreografie…) che limpido nei contenuti (sociali, umani e anche religiosi), forse la chiave d’accesso sta, come suggerisce Lelé a X, nel cercare la rima nel mezzo e non a fine verso.