Avevamo la pelle nera, una vita ancora più scura e un’esile possibilità di sopravvivere. Il fatto che ci conoscessimo fin dai tempi di Fifth Ward, a Houston, e che fossimo entrambi ancora vivi e vegeti era un miracolo di per sé. Nel posto da cui venivamo, “è morto” è una frase comune quanto “è malato” oppure “è guarito”. Nel nostro mondo, la gente moriva con sorprendente regolarità.

 

 

Walter Mosley si è genialmente confrontato con i codici del noir per avviare un’acuta e struggente riflessione sulla realtà dei neri d’America. I suoi primi romanzi Il diavolo in blu, Delitto in rosso, Farfalla bianca hanno come co-protagonista e sfondo quella Los Angeles degli anni Quaranta e Cinquanta (la stessa di Ellroy) nella quale Mosley riconosce un formidabile laboratorio dell’incubo (razziale) che attraversa la società americana. Si possono scrivere noir appassionanti e ben costruiti, e si può far emergere il punto di vista di quegli americani che da sempre hanno dovuto lottare per i propri diritti. Mosley miscela in maniera eccellente questi due aspetti, attraversando i limiti del genere per creare una fiction di profonda rilevanza sociale. Nato nel a Los Angeles nel 1952, ex impiegato,  è figlio di un afroamericano che ha combattuto in Europa durante la Seconda guerra mondiale e di una madre bianca di origine ebraica. Oggi vive a New York, ha scritto  numerosi romanzi di successo spaziando dal noir alla fantascienza, dalla letteratura per ragazzi ai romanzi erotici. I migliori risultati li ha ottenuti con la serie (14 romanzi) dedicata a Ezekiel Easy Rawlins, nero e veterano di guerra, un investigatore privato che draga le strade di Los Angeles cercando di risolvere casi e di portare a casa la pelle. Il diavolo in blu, il primo della serie,  ha avuto una riduzione cinematografica nel 1995  diretta da Cari Franklin, con Denzel Washington nel ruolo di Easy Rawlins. Il romanzo ci restiuisce la Los Angeles del 1948 con un Easy reduce di guerra, disoccupato, che ha un bisogno disperato di soldi per pagare l’ipoteca sulla sua casa. Per questo accetta di indagare per un avvocato che vuole notizie su Daphne Monet, una bellissima ragazza bianca che “adora la musica e la carne nera”. Charcoal Joe, il quattordicesimo e ultimo romanzo dedicato al private eye è stato pubblicato da Bompiani (pag.413, euro 18) ed è ambientato a L.A. nel 1968. Risulta assolutamente godibile anche se non si conosce la serie perché, come in tutti gli altri casi, si tratta di una storia completamente autonoma. 1968, maggio Easy Rawlins non se la passa male. Ha da poco aperto, con due soci, la sua nuova agenzia investigativa ma i guai sono in arrivo. Un giorno si presenta Mouse, un vecchio amico , che gli chiede di incontrare in carcere Charcoal Joe, gangster e giocatore d’azzardo:”Gioca a poker e scommette alle corse dei cavalli. E ha più fortuna di un ricco che va in banca a chiedere un prestito”. Joe vuole che si occupi di Seymour un giovane laureato in fisica accusato dell’omicidio di due bianchi. Cruciale la scelta del maggio del 1968, quasi tre anni dopo le rivolte di Watts, con i quartieri neri che stanno ancora ribollendo di rabbia (“La vita era come un livido per noi”). Ma nonostante tutto qualcosa è cambiato. Easy  è arrivato abbastanza lontano da poter iscrivere sua figlia, Feather, in un’elegante scuola privata nella parte bianca della città. E ha potuto aprire l’agenzia in un edificio che sembra una metafora della città: un tempo residenza elegante per un ricco bianco, è stata suddivisa in tre attività. Il primo piano è un negozio di antiquariato. Il secondo, gestito dal proprietario, è una società di intermediazione assicurativa giapponese a conduzione familiare. La nuova agenzia investigativa di Easy – un partner ebreo e un nero – è alla terza. Due delle coppie che lavorano nell’edificio sono interrazziali. Certo l’omicidio che costituisce la spina dorsale della narrazione è un chiaro caso di razzismo: il ragazzo trovato sul luogo del delitto non ha armi eppure viene incriminato. Così come il poliziotto motociclista che ferma Easy solo perché è nero, oppure la gioielleria Rodeo Drive dove una guardia (nera) gli impedisce di entrare, con il detective privato che ironicamente minaccia di dipingere cartelli di protesta e marciare su e giù per protestare “perché qui non servite gente di colore”. Easy emerge come un angelo caduto a metà, ben presente al suo tempo, benché quasi impotente a cambiarlo. Si trova costretto a muoversi nella Los Angeles dei gangster, dei poveri, degli immigrati, degli sbirri, degli sfasati, delle mogli insoddisfatte – in definitiva dell’ossessione del dio denaro, per chi ce l’ha come per chi non ce l’ha – con una nuova durezza con cui confrontarsi, al limite della violenza gratuita in risposta ad altra violenza gratuita, ma lui non ha paura ad abbassare i pugni e usare il cervello. Per questo vince.

 

In apertura un’immagine di Los Angeles, Pico Boulevard nel 1968 (dove si svolge parte del romanzo).

 

Il diavolo in blu (1995) di Carl Franklin

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