Considerazioni (semiserie) su un anno di cinema in Italia

Puntuali, come ogni gennaio, sono arrivati i dati Cinetel a dirci delle frequentazioni cinematografiche degli italiani. Le rilevazioni – che coprono il 93% dei 4000 schermi nazionali – sono infatti il termometro più credibile del rapporto tra spettatori e sala. I numeri confermano il trend di crescita fatto registrare nel 2015, dopo l’annus horribilis 2014, ad oggi il punto più basso della storia (furono 91 milioni i biglietti venduti, con incassi intorno ai 574 milioni di euro). Il 2016 dice invece di 105.385.195 spettatori (+ 6,06% rispetto all’anno precedente, quando erano poco sopra i 99 milioni) e un incasso pari a 661.844.025 di euro (+ 3,8% sul 2015, quando il ricavo fu di 637 milioni). Risale pure la quota della produzione tricolore (28,71% del mercato, in linea con il 27,76 del 2014, mentre era 21,35% nel 2015) e si abbassa contestualmente quella del cinema USA, ora al 55,19% (60,01 nel 2015; “solo” 49,65 nel 2014). Notevole, infine, l’incremento delle opere distribuite, ben 554: erano 480 nel 2015 e 470 l’anno prima. Queste stesse cifre, che naturalmente nulla dicono in ordine alla qualità, tuttavia raccontano (anche) altre storie, che vanno aldilà dei numeri. Storie non particolarmente belle.

 

La prima è che dietro Checco Zalone – dominatore assoluto della classifica dei più visti grazie ai 65 milioni di euro incassati da Quo vado? – ci sono pochissimi film italiani ai vertici; e, soprattutto, che tra questi si contano sulle dita di una mano (e avanza pure spazio) i lavori che abbinano resa e qualità, caratteristiche tali da renderli appetibili per l’estero: giusto l’intenso racconto di anime rotte La pazza gioia; i sorprendenti Perfetti sconosciuti e Lo chiamavano Jeeg Robot; lo strano oggetto Veloce come il vento. D’altronde, Sorrentino si è dedicato (con gusto e ottimi risultati) alla tv; Moretti, Garrone e Salvatores si sono astenuti; Tornatore ha ciccato il film: non abbiamo insomma avuto autori da far girare nei festival che lasciano il segno (l’eccezione è proprio il film di Virzì) né da esporre in vetrina per mantenere alto il nome di una scuola che vanta, non per caso, il record di Oscar vinti tra le produzioni non in lingua inglese. Il candidato di quest’anno, in corsa per un Oscar (categoria: migliore documentario) è Fuocoammare di Gianfranco Rosi, encomiabile e, nel suo genere, positivo al botteghino (oltre 700mila € incassati) ma non in grado di alimentare le “magnifiche sorti e progressive” del cinema nostrano, di fungere da traino per un movimento che di propulsione avrebbe un maledetto bisogno. La seconda evidenza è che continua a salire il numero di film distribuiti senza che cambino le modalità di uscita, sostanzialmente immutate da ben prima dell’avvento dei multiplex: inspiegabile concentrazione di titoli in autunno, caotico sovraffollamento natalizio, uso del contagocce negli altri periodi, addirittura carestia in estate. Come in nessun altro Paese europeo. Il terzo dato, sconfortante, è pure legato alla distribuzione, e registra l’incapacità (cronica) di “proteggere” gli investimenti: dei suddetti 554 film giunti sui nostri schermi, molti hanno faticato a uscire in almeno cinque capoluoghi; parecchi si sono visti solo a Roma e Milano; alcuni nemmeno lì. Non solo: 130 (!) di essi non hanno raggiunto i 100 mila euro di incasso. Vallo a dire ai produttori di questi film che con il cinema si diventi ricchi.