Copra di Michel Fiffe e l’arte dello storytelling

Una squadra di mercenari specializzata in missioni particolarmente pericolose, al limite del suicida, ha da poco recuperato un artefatto misterioso quanto pericoloso. Proprio sulla via del ritorno, la squadra, Copra cade vittima di un’imboscata, la metà dei membri cade sul campo permettendo agli avversari, capitanati da un personaggio che sembra una creazione a quattro mani di Moebius e Philippe Druillet fatti di LSD, di portarsi via l’artefatto, non prima di averlo usato per compiere una strage. I superstiti di Copra reclutano una truppa di ex membri della squadra per vendicarsi dell’accaduto e recuperare l’artefatto, salvo ritrovarsi accusati della strage, in una missione disperata a cavallo tra fuga e vendetta. Se niente di questo sembra originale non importa, non è questo il punto. Copra, di Michel Fiffe (Copra : primo round, Panini Comics, 160pp, € 19), è un’opera a fumetti che da troppo tempo, il primo numero è del 2012, mancava nelle librerie italiane. L’opera di Fiffe è un pastiche estremamente scoperto e onesto nei suoi tributi che, talvolta, sfiorano il plagio (fra tutti, le sue versioni del Dottor Strange e dei Reavers, i cyborg nemici degli X-Men), partendo da un concept che riprende apertamente la Suicide Squad di John Ostrander (lo scivolone cinematografico di di Ayer, e delle speranze che chi scrive ripone nel seguito firmato da James Gunn, erano ancora molto lontani), e tutto un modo di fare fumetti anni ’80, da Miller a Claremont, che non aveva paura di misurarsi con la prosa di spessore della letteratura tradizionale pur senza compiacimenti intellettualoidi, nella piena consapevolezza di voler alzare l’asticella di quello che rimane un prodotto di intrattenimento.

 

 

Il risultato è una bomba. Non a caso Michel Fiffe è passato dall’autoproduzione dei primi numeri a lavorare su All New Ultimates per la Marvel, passando per quella fucina di fumetti interessanti che è diventata Image negli anni. Copra è storytelling puro, senza briglie o paletti, una macchina a vapore alimentata dal talento di un autore che riesce ad andare oltre il pastiche, miscelando in maniera più che funzionale una quantità impressionante di registri e di elementi, con un segno grafico efficace nel suo essere brutale e spartano a fare da collante a una lunga tirata che non ti molla fino all’ultima vignetta di un page turner che ti fa incazzare solo perché il prossimo volume non l’hai già sulla scrivania. Fiffe ha tecnica a quintali e tanta voglia di raccontare. Intrattiene senza troppi sottotesti o messaggi importanti. Il materiale con cui lavora è fatto di trama, ritmo, personaggi e con una costruzione delle tavole libera ma estremamente solida, che supporta cambi di registro e di genere vertiginosi, quasi disorientanti. Il tutto potrebbe sembrare un esercizio di stile eppure non è così perché non si può dire che Copra sia vuoto. Michel Fiffe compie un atto d’amore verso l’arte di raccontare storie, in particolar modo a fumetti, prendendo qualcosa che ha amato molto e riscrivendolo secondo la propria sensibilità, mettendoci tutta la sua (immensa) capacità e, molto probabilmente, divertendosi davvero tanto nel farlo. Una Suicide Squad sotto steroidi, dal cuore di chi ha amato i comics degli anni ’80.