Disfare la realtà: enrico ghezzi e L’acquario di quello che manca

L’acquario di quello che manca : la cosa che subito colpisce è che il titolo sia contenuto tra l’acquario e il mancare. Come stare tra due refrain della prassi ghezziana, che i frequentatori di lungo corso del suo fare e del suo dire ben conoscono. Anzitutto l’acquario, che è il magnifico set di un fantastico cortometraggio prerealista rosselliniano, Fantasia sottomarina, riproposto più e più volte da ghezzi sin dalle primissime stagioni di fuori orario. E poi il mancare, che ovviamente è quello assoluto del tempo, che manca sempre e comunque (anche a questo pezzo, che arriva troppo presto per un libro di oltre 700 pagine e troppo tardi per non esser già vecchio…): “Non è il tempo a mancarci, siamo noi che manchiamo al tempo” è un aforisma ghezziano ben noto ai lettori di paura e desiderio (Bompiani 1995), sulla cui quarta copertina già appariva, prima di essere ripubblicato qui (alla seicentottantaseiesima pagina) nella sua forma originaria di “minima” (dis)pensata a beneficio del blobbista Paolo Papo…Con uno dei suoi dolci sorrisi di contraddizione, ghezzi magari correggerà il tiro di questo incipit, rimarcando che l’acquario, per noi rosselliniano, è forse più semplicemente quello su cui nel 1978 si apriva l’omonimo programma fatto da Maurizio Costanzo per la Rai e su cui, riprendendo uno dei suoi primi testi, si apre ora il libro qui in oggetto (edito da La nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi e curato da Aura Ghezzi con la collaborazione di Alberto Pezzotta. Pag.796, euro 24).

 

 

Era il 1978 quando ghezzi scriveva (per il manifesto) quel testo, aveva appena vinto il concorso Rai come programmista regista della sede ligure, aveva alle spalle la stagione dei cineclub genovesi e della rivista Il Falcone Maltese e davanti quella dei fuoriorario/blob/schegge/magnificheossessioni/zaum di cui e per cui è ancora faro. Eppure già aveva ben chiaro il concetto di una televisione che trova la sua ratio critica e filmica nel caso, nella sovrapposizione istantanea, nell’epifania involuta del senso: “Si perdono le rare felici scoperte della ‘casualità’ televisiva. Si cerca spettacolo senza vedere quando c’è già”, scriveva. Come dire: la teoria di Blob undici anni prima del suo avvento…Ed è tutto così L’acquario di quello che manca, un percorso lungo quasi quarantacinque anni in una scrittura pensiero che definisce un sistema etico ed estetico del produrre immagini e dell’occuparsi di cinema, anzi esserne occupato (per riprendere un altro suo celebre aforisma), nel senso di esserne strumento, mediatore, dispensatore. Occuparsi di Cinema e di Televisione, in un dispendio goloso di immaginari intrecciati, negati e ripensati ogni volta.

 

 

Nella serie di pubblicazioni ghezziane, questo libro occupa lo spazio degli scritti che ruotano attorno alla televisione, il che significa più che mai definire un percorso (scandito in nove capitoli) in cui si parla di società, politica, sport, cinema. Tanto cinema, ovviamente. A scorrere gli indici analitici che chiudono il volume, l’elenco di personaggi, registi, film, programmi è lunghissimo e dice di una trasversalità della visione che ha sempre saputo guardare l’oggetto in trasparenza, o meglio in dissolvenza incrociata (le famose due immagini che si abbracciano…). L’ensemble nasce da destinazioni originarie multiple: il manifesto e altri quotidiani nazionali, Rolling Stone, Duel Duellanti, FilmTV, ma anche prefazioni, saggi più articolati, interviste e una sezione finale di Programmi, Fax e Posie. Si impone la diagonale dell’emergenza di un pensiero che articola la passione come desiderio di interferire da guastatore situazionista con la realtà, scardinandola dalla sua rappresentazione consecutiva, spingendola al di là dell’allitterazione delle parole (autentica figura retorica ghezziana, dislessia d’autore…) nell’alterazione del pensiero che disarticola la banalità della coerenza nel coraggio del suo superamento. Quella “strana voglia, qualunque cosa faccia o non faccia, di dissiparmi per amore”, che ghezzi rivendica come lascito del suo essere “sospeso tra la formazione scoutistica e l’attrazione anarchica”, è la traccia di un’urgenza che cerca “un’ombra di mitologia, storica o istantanea” da proiettare, per gioco “utile e appassionante”, “prima che il sapere di qualunque tipo si saldi, diventando unico e perfetto, specchio chiuso che neanche ha bisogno di riflettere, ma solo si riflette”. C’è un pensiero ghezziano che si disegna in tutta la sua flagrante articolazione nell’essere quotidiano di una prassi viva fatta di scrittura e parola e soprattutto immagini che infondono di sé ogni cosa, la realtà stessa. E questo pensiero è articolato nella disarticolazione di questi testi, scaturiti dall’occasionalità del suo lavoro quotidiano eppure saldati alla teoria di un fare preciso nella sua libertà. L’equilibrio della sua polemica, la dissimulazione delle sue sferzate a tratti feroci in una sola parola poggiata lì come per caso, la capriola sintattica e l’animazione delle parole tra corsivi, parentesi, slash… Il dire, il fare, il pensiero è come la TV: “non si fa, si disfa”.