È cupo. È inquietante. Per entrare nel suo ritmo è necessario accettare di affondare nella nera viscosità della pece. Affondare. E poi ancora affondare. È Andor, spin off dello spin off, prequel di quella perla assoluta che è Rogue One: A Star Wars Story (2016), e che con Rogue One condivide protagonista, Cassian Andor, interpretato da Diego Luna, qui anche in veste di produttore, e Tony Gilroy, sceneggiatore del film e ideatore della serie. Dodici gli episodi, trasmessi su Disney+ a partire da settembre scorso. 
Cinque anni prima della battaglia di Yavin, quella, per intenderci, che si conclude con la distruzione della Morte Nera, e molto prima che la missione per rubarne i piani lo trasformasse in un martire per la Ribellione, Cassian Andor cerca informazioni sul suo passato e sulla sorella minore, scomparsa dopo la distruzione del pianeta natale per mano dell’Impero. Durante le ricerche si imbatte in due agenti di sicurezza finendo per ucciderli ed entrando nella lista dei ricercati. Durante la fuga da Ferrix, pianeta su cui dimora Maarva (Fiona Shaw), la madre adottiva, viene intercettato da Luthen Rael (magistralmente interpretato da Stellan Skarsgård), uno dei fondatori del movimento ribelle, che lo arruola per una missione su Aldhani, dove è custodito il denaro degli stipendi imperiali.

 

 

I primi due episodi mettono lo spettatore nell’ottica di un prodotto diverso dai precedenti, incredibilmente innovativo nonostante attinga ancora a un universo che si è cercato (si sta cercando) di spremere fino all’ultima goccia, producendo esiti talvolta dispensabili e dimenticabili, meno sovente veri gioielli (come il già citato Rogue One, e certamente The Mandalorian). Ecco, Andor appartiene senza dubbio a quest’ultima casistica.
Quando sembra che la storia portante sia una “semplice” storia di ribellione che strizza l’occhio alla tradizione western, e che raggiunge un picco eccelso nell’episodio della rapina su Aldhani, Gilroy ci fa sprofondare ancora di più, lasciando la scrittura al fratello Dan e a Beau Willimon (House of Cards), che di intrighi oscuri ne sa qualcosa: la banalità del male prevede che un abile ladro possa farla franca nel rapinare una guarnigione dell’Impero per poi essere arrestato per una semplice passeggiata su un pianeta turistico finendo costretto ai lavori forzati in un carcere-fabbrica dove è impossibile perfino immaginare la fuga. Stupito lui. Stupiti noi. 

 

 

L’abile scrittura dei Gilroy e di Willimon ci apre ai lenti meccanismi attraverso i quali la dittatura si trasforma in tirannia. Non è solo la linea evolutiva legata al personaggio di Cassian Andor che fa di questa serie una delle migliori dell’anno e dell’universo di Star Wars: dopo quarantacinque anni di film su una guerra civile intergenerazionale tra fascisti galattici e combattenti della resistenza, Andor offre una narrazione originale e del tutto nuova di come sia la vita sotto un regime autoritario. L’ossessività degli ingranaggi dell’Impero nel fare carriera è dipinta con una propulsione parimenti ossessiva di un ibrido tra gli yuppies degli ‘80 e gli influencer contemporanei. Gilroy e il suo team accendono una luce su un regime imperiale governato da lotte di potere intestine, presentandoci con stratificata profondità le psicologie dei lavoratori e dei collaboratori che lo guidano: da un ambizioso supervisore dell’Ufficio di Sicurezza Imperiale (Dedra Meero, interpretata da Denise Gough) a un soldato semplice (Syril Karn, interpretato da Kyle Soller) il cui fanatismo sul lavoro si scoprirà radicato nelle piccole tirannie della vita familiare.

 

 

Se nel nostro tempo cadono i monumenti, dispositivi comunicativi di una storia che cambia direzione, nella cornice di un’epopea che ha fatto dei pupazzi più o meno antropomorfi un marchio di fabbrica, la sensibile consapevolezza del presente di Andor fa sì che financo il grande Andy Serkis ci venga restituito nella compiutezza del suo recitare privo di camuffamenti, di make up o digitali che siano. Non troverete Jedi né Sith, e nemmeno la Forza in questo thriller carico e lento che sceglie di concentrarsi sulla componente umana, nella quale, da una parte, attecchisce e si radica il fascismo, e che, dall’altra, ci restituisce il vero lato oscuro di chi, destinato a una eternità priva di medaglie, sacrifica etica e pace interiore per dar vita e nutrimento alla ribellione.

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