Il coraggio non ve l’ha mica venduto: Wanna, la docuserie di Netflix tra il cauto e l’apologetico

Sull’onda del successo di SanPa, Netflix ci riprova con una docuserie su un personaggio che, piaccia o meno, ha fatto la Storia recente del nostro paese rappresentando tutti gli aspetti meno gradevoli e più contraddittori dello spirito di un’epoca, quella delle TV locali e dell’imprenditoria rampante nel settore del commercio, dell’abbondanza della merce e del sogno dei soldi facili. A celebrare la religione del fatturato sugli altari catodici sono sorti i televenditori, gente formata nella vendita che imparava a utilizzare la TV come mezzo per aumentare esponenzialmente la diffusione della propria retorica da imbonitore al fine di moltiplicare i profitti in proporzione. Vere proprie icone della cultura popolare italiana come Guido Angeli, Roberto da Crema e, femmina alfa in cima alla catena alimentare, Wanna Marchi. Bolognese, sanguigna e sopra le righe, inseparabile dalla figlia Stefania Nobile, Wanna ha macinato miliardi di lire con i suoi prodotti cosmetici, uno su tutti lo Scioglipancia. Ma fra le numerose sfaccettature della regina nera dei televenditori si nascondono ombre profonde e oscure. Truffe, vicende non meglio chiarite che coinvolgono la criminalità organizzata e personaggi misteriosi appartenenti alla loggia P2, ricatti, incendi, costellano la storia di Wanna Marchi e Stefania Nobile, che non è ancora stata raccontata del tutto, meno che mai da Wanna, la docuserie diretta da Nicola Prosatore e scritta da Alessandro Garramone e Davide Bandiera, con cui Netflix perde una grossa occasione per dar vita a un documento storico per quella paura profondamente democristiana, e profondamente italiana, di prendere una posizione forte e chiara.

 

 

In quattro puntate della durata inferiore a un’ora ciascuna, la docuserie ripercorre sì la storia di Marchi e Nobile, ma a volo d’uccello, a ritmo accelerato, senza mai approfondire per davvero, senza mai soffermarsi troppo sui coni d’ombra più controversi. Certo, le parti più conosciute della vicenda vengono trattate ma d’altra parte non è che ci fosse verso di negarle, ciò che Striscia la Notizia ha scoperchiato è comunque di dominio pubblico e a chi un minimo abbia seguito le gesta di Wanna e Stefania dice poco o nulla di nuovo. Ciò che tuttavia delude più di tutto è il tentativo quasi apologetico di conferire un’umanità sofferta a una coppia spietata per propria stessa ammissione, che davanti alla telecamera confessa candidamente che “i coglioni vanno inculati” e che se ti fai truffare come un pollo te lo meriti, come se le storie di disperazione che Marchi e Nobile hanno sfruttato non contassero nulla. Madre e figlia si commuovono davanti alle telecamere, raccontano sofferenze e momenti commoventi come i pianti in carcere alla notizia che sarebbero state separate e il momento commovente che le ha viste riabbracciarsi tempo dopo. Tutto molto dolce, se non fosse che in bocca a Wanna Marchi e figlia suona tutto di pessimo gusto. C’è però un aspetto di verità profonda che emerge dai ritratti che le telecamere fanno di madre e figlia, ed è che questa operazione di maquillage apologetico alla fine non regge. Questa volta, incredibile a dirsi, Wanna Marchi e Stefania Nobile non riescono a calarsi nella parte. Dietro alla recitazione pseudo vissuta e pseudo sofferta della self made woman venuta dal niente e della figlia che voleva crescere in fretta emergono a tratti la ferocia di Wanna e la freddezza da rettile di Stefania, la mancanza di pietà che a tratti nemmeno le parole riescono a trattenere si legge tutta nei loro sguardi, così come il senso profondo di malattia del loro attaccamento morboso emerge, solo in parte volutamente, non solo a livello esplicito ma tra le righe, nel linguaggio del corpo. Triste comunque che gli aspetti più rivelatori e veritieri di una docuserie che per lo più spreca il proprio potenziale debbano emergere involontariamente o quasi, per colpa della scelta di intrattenere più che informare, fermandosi troppo al di qua della linea del coraggio.