Invocation And Ritual Dance Of My Damon Twin dei Julie’s Haircut – Stelle in calore

Appena uscito per la Rocket Recording, Invocation And Ritual Dance Of My Damon Twin è la conferma di quella propensione tutta immaginativa, sperimentale, vitalistica propria dei Julie’s Haircut e che risulta minoritaria oggi in Italia, in confronto al realismo di una moltitudine di gruppi rock, cantautori, interpreti sciorinanti il loro naif; che si consustanzia a un’estrema povertà di inventiva, proprio di prospettiva; un piglio cronachistico, realizzato stando coi piedi ben piantati per terra, ma una terra slavata, scialba, a cui i Julie’s rispondono con universi musicali scintillanti, pullulanti di vita; trasumanazioni, buchi neri capaci di risucchiare o torcere i suoni in sinestesie, lirismi, progressi(oni) incalzanti, come quella del loro capolavoro, Ashram Equinox, certamente uno dei dischi più belli degli ultimi vent’anni. È quell’idea di progresso in evoluzioni musicali, scandaglio delle possibilità sonore, attuata dai Julie’s più maturi, quelli strumentali: la supposizione e appropriazione degli spazi attraverso la psichedelia (l’amenza dei suoni colorati; lo space-rock in quanto avventura nello spazio; il kraut che lo misura e lo scandisce come un basso continuo fuori dall’abisso di quei buchi neri; finanche un accenno di elettronica ambientale, nella sua versione non autarchica e claustrofobica, se mai aperta a un’idea di innocenza di due o tre note circuitali: il rif come di diamonica, di carillon che era stato di Gabbro, nell’appendice ad Ashram Equinox, uscito chissà perché solo in flac, e che a pensarci bene funge da addentellato al mutato panorama di Invocation. Idea diveniente di progresso, di vitalismo, sulla base della quale si spiega l’innato respiro (e il successo) extra-territoriale, internazionale della musica dei Julie’s; respiro che oggi in Italia non ha nessun altro, se si eccettuano, mettiamo, i Lay Llama, tra l’altro editi dalla stessa Rocket Recording, fucina inglese della grande psichedelia; e, in ambito prog, gli Ingranaggi della valle, usciti di recente con un magnifico Warm Spaced Blue, su cui bisognerà tornare prima o poi.

 
Se Zukunft guarda ancora ad Ashram esaurendone il kraut ipnotico, elettronico, The Fire Sermon segna il passaggio, tra l’altro già inscritto in quello stesso straordinario esordio all’insegna dello space-rock (con il primo attacco di batteria sul bordo del rullante, che scocca dopo un’antifona di basso; poi il secondo, a pieno rullante, mentre emergono uno ad uno, poi incrociandosi, soffi di flauto, di sax, contrappunti di piano e chitarra), alla ritualità di una psichedelia di tom e giaculatorie, arabescata dalla tastiera, dall’organo, eppure incline a intersecarsi e mutarsi in ampie plaghe liriche, svuotamenti di canto (come in Deluge, altro vertice del disco, con un inizio compatto di chitarra, percussioni e arpeggio che per venticinque secondi sembra un brano dei Papir per poi tornare al sabba attraverso strilli di sax, e a un’improvvisa sospensione in cui il sassofono scioglie la propria poesia), in forza di flauti, ancora il sax, piano: una coralità, corrispondenza armonica che funziona sotto folate di distorsione di chitarra e distonie improvvise. Il rito è destinato a risvegliare miti lontani, iniziazioni, cosmogonie, attraverso il ritmo che li contiene tutti (rito e mito): parvenze incarnate, paniche, figure diafane appese alla notte, farandole di stelle in calore, addensamenti di vapori. È per questo che il disco andrebbe ascoltato in vinile, capace di restituire questa incandescenza, cioè, alla fine, come una volontà di evanescenza: il destino di effusione e così di dissipazione, indistinzione di questa musica (si ha l’impressione che il motivo del disco voglia sfuggire all’apprendimento, alla sintesi, mantenendo sempre inalterato il suo mistero), proprio rispetto alla netta presenza del kraut elettronico, della sua struttura ossea, in Ashram Equinox. Ma sarebbe ancora meglio ascoltarlo su elettroniche valvolari, questo disco giallo fosforescente, che impastano i suoni, li scaldano nell’atmosfera del vetro, per poi magari farli evaporare.

Le fotografie sono di Ilaria Magliocchetti Lombi