Se c’è un film che più di ogni altro ha avvicinato i giovani degli anni ‘80 all’immaginario nipponico, questo è senz’altro Karate Kid (1984). Una pellicola fortunata che ha reso iconici la famosa mossa della gru e l’adagio “Metti la cera togli la cera”, nonché trasformato il giovane Ralph Macchio in idolo delle teenager. Le avventure di Daniel San e del Maestro Miyagi sono poi andate ben oltre la lotta contro il Cobra Kai – il circolo di karate dei cattivi della città – arrivando perfino in Giappone, a Okinawa, dove si svolge il secondo dei numerosi sequel (tra questi merita una menzione anche il reboot al femminile con Hilary Swank, karateka donna pre-Kill Bill). La serie spin-off Cobra Kai, creata nel 2018 per YouTube Premium, approda su Netflix nel 2020. Il successo ottenuto dalla prima stagione ne ha confermato una seconda e una terza. Gli avvenimenti si svolgono 34 anni dopo le vicende del primo film della serie, e vedono protagonista l’allora “cattivo” Johnny Lawrence (interpretato dallo stesso William Zabka), trasformatosi in un fallito di mezza età che vive di espedienti. Il riscatto per Lawrence passa dall’insegnamento, del karate, ovviamente, che diventa strumento di difesa dai bulli per il giovane Miguel Diaz (Xolo Maridueña), suo primo allievo. Lawrence decide così di riaprire il vecchio dojo riaccendendo la rivalità con LaRusso (Ralph Macchio), diventato un imprenditore di successo.

 

 

Se nella prima stagione vediamo Johnny Lawrence alle prese con la preparazione dei suoi allievi al famoso torneo di All Valley, vinto proprio da Miguel contro l’allievo di LaRusso, Robby Keene (Tanner Buchanan), figlio di Lawrence, nella seconda il fulcro dell’azione è l’ambiguo ritorno di John Kreese (Martin Kove), il crudele sensei di Johnny ai tempi del liceo e fautore della regola “Colpisci per primo. Colpisci forte. Nessuna pietà”, mentre nella terza le carte si mescolano nuovamente con un Kreese che fa proseliti e complica radicalmente il rapporto di Robbie sia con il padre sia con LaRusso. Una produzione di basso costo palpabile sia a livello tecnico che di casting, eccezion fatta per i veterani. La sensazione è di ritrovarci di fronte a una soap opera o a una di quelle serie adolescenziali anni ‘90, come Beverly Hills 90210. Le dinamiche centrali sono, di fatto, quelle amicali o di coppia, e gli espedienti per perpetrare la lotta risultano talvolta demenziali: esemplare la scena dei serpenti nascosti nelle macchine della concessionaria LaRusso. Uno stratagemma che ricorda le angherie subite da Brooke Logan in Beautiful per mano dell’instancabile “odiatrice” Stephanie Forrester. Ciò che colpisce positivamente della serie, e che non lascia certo indifferenti coloro che conosco bene le pellicole di riferimento, sono sicuramente, da una parte il meta-sentimentalismo nostalgico e al contempo disilluso del ritrovare a distanza di trent’anni i protagonisti (sono loro, sono gli stessi attori. Addirittura nella terza serie arriva Elizabeth Sue, la Ali che lascia Lawrence per LaRusso nel primo film), dall’altra l’aver superato quel periodo della vita in cui l’etica del film americano, imbevuto di filosofia nipponica spicciola ma efficace, portava a credere a una netta distinzione del bene contro il male. Se il karate serve a difendersi e mai ad attaccare, quello che manca in Cobra Kai è proprio la filosofia dell’arte marziale: è un continuo provocarsi e attaccarsi, sterile, che impedisce di parteggiare per i presunti “buoni” o i presunti “cattivi”. Sono comunque tutti looser. Perdenti. Ma questo abbandono della dicotomia netta Bene vs. Male è forse l’unico elemento non semplicistico della serie. Il fulcro di tutto è proprio il Cobra Kai. La serie non si chiama Miyagi-do (il dojo fondato da LaRusso in memoria dell’amato maestro). Ed è Lawrence il vero protagonista, colui che compie un percorso di trasformazione. Non l’adulto Daniel LaRusso, che pare cristallizzato in una soluzione di vita ideale con impresa, moglie e figli, financo un po’ ottuso nell’incallirsi inizialmente contro Lawrence quando questi invece dimostra molte più sfaccettature caratteriali e di crescita psicologica. Mettere al centro della serie quello che fu il covo dei cattivi è una scelta forte, specchio dei tempi e del superamento del concetto tradizionale di villain. La quadratura del cerchio sembra compiersi solo quando alla dicotomia fluida dello scontro Cobra Kai – usurpato a Lawrence dal suo vecchio maestro John Kreese – vs. Miyagi-do – si aggiunge un terzo elemento: non il nero, non il bianco ma il grigio, il neonato e sgangherato (non ha neppure una sede) Eagle Fang Karate di Lawrence, che, con soddisfazione dello spettatore, confluisce alla fine nel dojo di LaRusso.

 

 

Tutte e tre le stagioni crescono di tensione proprio sugli episodi finali. La struttura chiastica dell’ultimo arrivato (Miguel) che si salva grazie al karate, come un tempo fu per LaRusso, ma che è allievo di Lawrence, e il figlio di Lawrence, bad boy come il padre, che però inizialmente è allenato da LaRusso, dona alla dinamica dei sentimenti un’impronta irresistibile, così come le schermaglie amorose del trio Miguel- Samantha – Robby. Per concludere, forse in Cobra Kai la percentuale di karate è inferiore a quella di nostalgia e dinamiche adolescenziali, ma il mix risulta comunque accattivante. Non resta che aspettare impazienti la quarta stagione per sapere se la tanto attesa neo-alleanza Lawrence/LaRusso avrà la meglio sulla malvagità manipolatoria del sempre cattivo (finora) Kreese.

 

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