quelli che dormono sempre con la finestra aperta anche in Siberia
quelli che mettono la maglia di lana
quelli che Fellini gli ha rubato l’idea
quelli che separano i contendenti
quelli che se rinascono fanno gli idraulici
quelli che non vedono cosa ci sia da ridere in momenti come questi
quelli che se lo ricordano come fosse ieri

 

Quanto mai opportuna la riproposizione del bellissimo Quelli che… di Beppe Viola. Può essere l’occasione per rendersi conto di un fatto per me incontrovertibile fin dagli anni Settanta del secolo scorso: Beppe Viola era un gigante, un talento dalla scrittura ironica e divertita. E oltre tutto un milanista disincantato (il che non guasta).  Alla fine del campionato 1976-1977 dedicò una fetta della Domenica sportiva all’annuncio di una (inesistente) festa per la fortunosa salvezza ottenuta dai rossoneri, che avevano richiamato il Paròn e vinto le ultime due partite. Al suo fianco c’era un lunare Cochi Ponzoni e avrebbe dovuto presentarsi Oreste Del Buono, ma “si era ammalato per la gioia”. Il Beppe Viola televisivo viaggiava con anni d’anticipo e si poteva permettere la famosa intervista sul 15 (inteso come tram) a Gianni Rivera o la riproposizione delle immagini di un derby Inter-Milan del 1963 in sostituzione della deludente partita alla quale aveva assistito nel 1977. Nel 1978 lo spedirono a commentare Giochi sotto l’albero, la versione invernale di  Giochi senza frontiere. Ne venne fuori un capolavoro a metà strada tra Jannacci, Ionesco, il Derby (il cabaret)… Nel poco tempo che gli è stato concesso  (se n’è andato a 43 anni) è riuscito a regalarci una variegata produzione di scritti: dai racconti alle canzoni, dalle sceneggiature al cabaret. Baldini+Castoldi rilancia giustamente la raccolta di racconti Quelli che… (pag.222, euro 16). Con una bella e sincera prefazione di Marina Viola, una delle figlie:”Quelli che, nel senso della canzone, per noi in famiglia, ha un sapore, un odore molto intimo, in parte perché scritto sul tavolo della cucina di mia nonna a Bordighera e in parte perché è come un manifesto di quello che mio padre ha voluto fare nella vita e raggiungere nella sua carriera di persona orgogliosamente poco seria, ma intelligente…” Nei racconti c’è una Milano nebbiosa, ironica, disperante:”Ubriachi di miseria e di bianchini costeggiamo il Naviglio in una notte senza fine…”; una città che pare vissuta dai finestrini dei tram o nei fumosi bar di periferia, dove i personaggi si abbandonano alla meschinità dell’esistenza, quasi con baldanza, senza alcuna esibita retorica della sconfitta. Si può prendere a prestito Vite vere, il titolo della rubrica che Viola aveva su Linus dove si occupava della sua città e del suo modo di intendere il mestiere, per raccontare cosa porta in scena Quelli che…Il tutto per mettere in opera una comicità paradossale, uno smascheramento del luogo comune e del linguaggio corrente. Dove il riso proviene dalla contingenza pura, dal fatto che realtà e idealità diventano oggetto di sarcasmo in nome del buon senso, di una praticità piccolo-borghese. Viola riduce la realtà, pur venata di malinconia, alla sua pura matrice ridicola. Sa ritrarre la Milano dei falliti di ogni risma, degli operai frustrati, dei baristi esagerati, dei ladri pasticcioni, degli scommettitori incalliti, delle puttane sentimentali…Per comprendere quanto conoscesse/interpretasse la metropoli e la sua periferia basta vedere Romanzo popolare (1974) di Mario Monicelli. Viola e Jannacci vennero chiamati per lavorare ai dialoghi dopo che si era deciso di ambientare il film a Milano. Ne era protagonista un Tognazzi in stato di grazia, sindacalista-milanista alle prese con Vincenzina, la moglie 17enne (Ornella Muti). Beppe Viola si ritagliò un piccolo ruolo di maschera che in una scena memorabile si scontra con Tognazzi perché vuole impedire l’ingresso al cinema alla minorenne Vincenzina (incinta).

 

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