Non è facile scrivere della serie più discussa del momento. Non è facile perché sono tanti i fattori da tenere in considerazione quando si va a scoperchiare per l’ennesima volta una storia oscura e intrisa di sofferenza come quella di Jeffrey Dahmer e delle sue vittime. Innanzitutto si tratta di questo: non solo il serial killer, ma anche e soprattutto le vittime, i cui parenti non hanno preso di buon grado l’ennesima riproposizione delle vicende che li ha visti protagonisti in un lasso di tempo che va dalla fine degli Anni ‘70 all’inizio dei ‘90, venti lunghi anni durante i quali Jeffrey Dahmer ha potuto agire senza subire conseguenze, senza che nessuno si accorgesse di quello che stava facendo, sia essa “la società”, macroscopicamente parlando, la famiglia o la polizia. E questo nonostante numerose avvisaglie. Rimaste inascoltate. Come, d’altronde, il desiderio di vedere dedicato un memoriale alle vittime. Mai realizzato. Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, è una miniserie in dieci episodi creata da Ryan Murphy (Nip/Tuck, Glee, American Horror Story) per Netflix, che in poche settimane di programmazione ha scalato i record di visualizzazione diventando seconda solo a Stranger Things. Le vicende narrate sono quelle del “cannibale di Milwaukee”, che adescava giovani ragazzi per poi drogarli, soffocarli, torturarli, ucciderli, conservarne i resti, in alcuni casi scioglierli nell’acido o mangiarli. L’arco narrativo prende il via dall’arresto, nel 1991, e si dipana fino alla morte in carcere avvenuta nel 1994, con diversi flashback che ne raccontano l’infanzia e l’adolescenza.

 

 

Il focus non è però solo sulla sua figura, bensì su quelle delle vittime e della vicina di casa, Glenda Cleveland, che in diverse occasioni ha segnalato alla polizia l’inquietante ambiguità delle attività dell’abitante della porta accanto (in realtà la Cleveland abitava nel palazzo adiacente), e che, se solo fosse stata ascoltata, avrebbe potuto salvare la vita del quattordicenne Konerak Sinthasomphone e delle successive vittime. Se ha un merito sociopolitico questa serie, è proprio quello di far emergere da subito la matrice razzista e omofoba del non intervento delle forze dell’ordine, che danno credito a un maschio bianco piuttosto che a una donna nera, consegnando alla morte un giovane (laotiano) che poteva essere salvato. Murphy si focalizza su di lei così come sulle storie di Tony Hughes (la dodicesima vittima) e della sua famiglia, e della famiglia Sinthasomphone, che non solo subisce la perdita di un figlio ma anche numerosi attacchi razzisti ad opera, suggerisce Murphy, della stessa polizia. Neanche il sistema famigliare disfunzionale e repressivo di stampo patriarcale ne esce bene. Per quanto morbosamente si voglia sviscerare la vicenda, così come all’epoca si paventò l’idea di studiare il cervello di Dahmer per scoprire il fantomatico segreto del suo agire, nulla ci spiegherà mai in maniera esaustiva il perché di figure come la sua o quella dei citati Ed Gein e John Wayne Gacy. Quello che può fare la fiction in questi casi è di restituire un’analisi quanto più veritiera possibile dei fatti nel rispetto delle persone coinvolte, e la serie di Murphy viaggia su questo binario, con un cast azzeccatissimo (in primis Evan Peters nel ruolo di Dahmer, ma anche Molly Ringwald in quello della seconda moglie di Lionel Dahmer, interpretato da Richard Jenkins) e una colonna sonora firmata Nick Cave e Warren Ellis che avvolge lo scorrere dell’orrore in una dimensione analitica e sotterranea. Nonostante le accuse di speculazione, dimensione che non può certo risultare estranea alle dinamiche di chi produce fiction e di chi la distribuisce, la chiosa a cui Murphy pare voler giungere è quella di un memoriale dovuto, di un “risarcimento narrativo” a chi questa storia non la potrà mai seppellire sotto le macerie del 924 di North 25th Street, Milwaukee.

 

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