Relegata per troppo tempo nello scatolone dei ricordi a esclusivo appannaggio di pochi nostalgici, la fantascienza giapponese vive da alcuni anni un interessante revival attraverso recuperi filologici di saghe e filoni, spesso accompagnati da un’attenzione particolare da parte della stessa industria dell’intrattenimento nipponico. La scena è naturalmente monopolizzata dai due capiscuola, Godzilla per il cinema e Ultraman per la televisione, entrambi rivitalizzati da faraonici progetti per il grande schermo, premiati anche con le più alte onorificenze del caso – Shin Godzilla nel 2016 e Shin Ultraman previsto per quest’anno dallo stesso team formato da Hideaki Anno e Shinji Higuchi – e da recuperi delle loro avventure classiche in Blu-Ray per i mercati anglofoni. Nel caso di Godzilla si è mossa addirittura la Criterion, mentre l’intero corpus d’opera di Ultraman è in corso di pubblicazione in quella che ha tutti i crismi di una colossale iniziativa da parte dell’americana Mill Creek Entertainment. Non è un capriccio del momento, ma il segnale di una rivendicazione identitaria per un genere che, nato come fenomeno di imitazione (non isolato) dei modelli americani, ha col tempo saputo imporre una propria specificità, frutto della simbiosi tra stimoli spesso contrapposti: l’entusiasmo per il progresso e le scoperte tecnologiche, opposto al timore per la mostruosità tecnologica che si pone quale gigantesco j’accuse nei confronti delle negligenze umane; il gigantismo delle creature che crea una vivace dialettica con le azioni dei “piccoli” umani; e naturalmente gli scontri pieni di armi mirabolanti, che però non dimenticano la lezione del wrestling e delle arti marziali. Tutti elementi fortemente radicati nella cultura nipponica e che favoriscono la riflessione su una pienezza identitaria altrimenti negata dall’essere così lontani eppure così vicini (politicamente e strategicamente) all’Occidente. Un segnale riassumibile nello storico rapporto di amore/odio, alleanza/subalternità rispetto alla superpotenza statunitense, fin dall’immediato dopoguerra. (In apertura un’immagine tratta da Winspector).

 

Kikaider

 

Giusti pertanto i riconoscimenti al progenitore Eiji Tsuburaya, il mago degli effetti speciali che ha dato i natali sia a Godzilla che a Ultraman e che, da solo, ha contribuito a modellare l’industria del “tokusatsu”, dal termine usato per designare gli effetti speciali e che nel tempo ha finito per individuare la fantascienza tutta, con particolare specificità per quella televisiva. Ma nessuna disamina può accontentarsi di fermarsi a questo, soprattutto considerando quanto pervasiva sia stata poi la formula che ha finito per delineare un panorama fantascientifico e supereroistico tanto ricco quanto ancora inesplorato e che oggi può costituire la più interessante alternativa allo strapotere degli universi Marvel e affini, tanto per rimanere in tema di competizione con l’America. È in questo scenario che si può comprendere l’importanza della decisione presa da Toei Company inaugurando il canale YouTube TOEI TOKUSATSU WORLD OFFICIAL. In forma streaming gratuita e sottotitolata, la major nipponica ha infatti messo a disposizione del pubblico internazionale – il canale non è visibile in Giappone – 70 diverse serie di fantascienza dal proprio catalogo (nel computo sono incluse pure alcune animate), molte delle quali visibili in Occidente per la prima volta in assoluto. L’attività del canale, inaugurato lo scorso 5 Aprile, mira a fornire i contenuti a cadenza settimanale, al ritmo di una puntata alla volta. Spulciando tra i titoli, accanto a pochissimi esempi già visti in Italia (come Winspector) troviamo rappresentati filoni e generi riassunti in maniera abbastanza efficace dalle playlist di presentazione: ci sono i “tokusatsu” più tradizionali, divisi per decenni (60-70, 80 e 90); i titoli ispirati alle opere del celebre mangaka Shotaro Ishinomori, maestro nella commistione delle influenze e perfettamente a suo agio con storie che fondevano mitologia terrestre, poteri ESP, cyborg e robot (Kikaider, Machineman, Robot Detective, Inazuman e il più celebre Kamen Rider, presente il film del ventennale); le Metal Hero Series con gli eroi in corazza metallica che rinnovano il dissidio fra umanità e tecnologia in cerca di una possibile sintesi fra gli estremi, dove non a caso si esalta il bisogno della giustizia e la centralità dei poliziotti-robot (Space Cop Gavan, i già citati Winspector); Samurai e ninja, in cui la fantascienza si accompagna a elementi da racconti d’epoca (i jidai geki) e più spiccatamente marziali (Jiraiya, Henshin Ninja Arashi, Ninja Captor); e i filoni più “lievi” Fushigi Comedy Series (Gurugugu Medaman, Nemulin) e Magical Girl (Chukana Paipai, Poitrine), in cui il fantastico è orientato più a far ridere e sognare, indice di una diversificazione dell’offerta in grado di catturare il pubblico più trasversale.

 

Goggle-V

 

Quasi a voler confermare le contraddizioni alla base del genere, resta purtroppo tagliato fuori il filone più interessante per i filologi occidentali, ovvero i Super Sentai, gli eroi in squadra che hanno fornito l’architrave per l’exploit dei Power Rangers (i quali altro non sarebbero che la loro versione occidentalizzata dalla Saban Entertainment) con le battaglie che si alternano a uno studio delle dinamiche all’interno di un gruppo ben diversificato, dove ogni elemento è perfettamente tipizzato. A causa di problemi di diritti, infatti, le serie, pur presenti sul canale, non sono visibili in molti paesi occidentali, fra cui l’Italia. Non è dunque possibile disporre di serie come Goranger, capostipite del filone, Goggle-V (per un breve periodo transitato sulle emittenti locali italiane) o Dynaman. Se l’intento prettamente legato allo studio delle evoluzioni del genere viene a risentirne, certamente c’è il piacere della scoperta di un filone la cui vitalità ha resistito al tempo, adattandosi al cambiamento dei gusti e dell’estetica, dai pionieristici tentativi in bianco e nero di National Kid del 1960 fino al più recente Robotack, del 1998. Un ottimo punto di partenza per proseguire la conoscenza di un genere, un’industria e una cultura, ancor più nel nostro paese dove questi prodotti televisivi sono sempre stati inseriti nel cono d’ombra delle serie animate coeve.

 

 

 

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